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Attuazione dei provvedimenti cautelari

Attuazione dei provvedimenti cautelari

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

L’art. 669 duodecies c.p.c., rubricato “attuazione” si riferisce a tutti i provvedimenti d’urgenza emessi ai sensi dell’art. 700 c.p.c., ai provvedimenti cautelari previsti dal codice civile e dalle leggi speciali nonché ai provvedimenti interdittali nei giudizi possessori, con espressa esclusione dei sequestri e, implicitamente, dei provvedimenti ripristinatori in quanto non hanno natura cautelare (COMOGLIO).

In relazione a quest’ultima esclusione, pare opportuno mettere in risalto che vi sono pronunce giurisprudenziali che ritengono “attuabili”, ai sensi dell’articolo in commento, anche i provvedimenti ripristinatori. Invero, è stato deciso che anche alla luce, dunque, dell’art. 111 Cost. deve ritenersi che la revoca del provvedimento investa automaticamente pure i suoi effetti. E non a caso il dispositivo dell’ordinanza collegiale revocava il provvedimento reclamato “ad ogni effetto di legge”. Qualora poi l’actus contrarius non sia stato spontaneamente eseguito dalla parte soccombente in sede di reclamo, è più che ragionevole, per non dire ovvia, un’applicazione analogica dell’art. 669 duodecies c.p.c. qualora sia necessario determinare le modalità del ripristino dello status quo ante. Non appare, d’altronde, condivisibile l’asserto, sostenuto dalla parte resistente, che i provvedimenti di cui a detta norma abbiano natura cautelare e siano, infatti, reclamabili, mentre i provvedimenti ripristinatori avrebbero, invece, natura esecutiva. Invero, i provvedimenti di attuazione non hanno natura cautelare, bensì proprio natura esecutiva, come si evince anche dall’incipit dell’art. 669 duodecies, laddove per determinate cautele (i sequestri) rimanda a norme palesemente esecutive. Proprio perché la cautela è una sola, e il provvedimento ex art. 669 duodecies c.p.c. ne è soltanto l’appendice esecutiva, è del tutto discutibile, quanto meno, ritenere che anche il relativo provvedimento “accessorio” sia reclamabile: l’art. 669 terdecies c.p.c., infatti, non menziona come oggetto della relativa procedura di revisione altro che l’ordinanza che concede o nega la cautela (Trib. Bologna, 20.11.07).

In virtù di quanto dispone la disposizione normativa de qua, l’attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto somme di denaro avviene nelle forme degli artt. 491 e seguenti del c.p.c., in quanto compatibili, mentre l’attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto obblighi di consegna, rilascio, fare o non fare avviene sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento cautelare, il quale ne determina anche le modalità di attuazione.

Atteso che l’attuazione dei provvedimenti cautelari si svolge “sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento”, nel non infrequente caso in cui sul provvedimento emesso in prima istanza vi sia stato reclamo e pronuncia del collegio in fase di gravame, dottrina e giurisprudenza hanno affrontato la problematica dell’individuazione del giudice a cui spetti la fase di (eventuale) attuazione.

In giurisprudenza si registrano soluzioni contrastanti, tra chi ritiene che la competenza spetti sempre e comunque al giudice di prime cure, chi, al contrario, opta per la competenza del collegio, ogni qual volta il provvedimento sia stato reclamato - ed a prescindere dall’esito del reclamo - e chi, con una posizione per così dire intermedia, distingue a seconda che il reclamo abbia confermato o meno il provvedimento impugnato, sostenendo che, nel primo caso (rigetto del reclamo e conferma dell’ordinanza emessa in primo grado), resta competente il giudice di prima istanza, mentre, ove a seguito del rigetto del ricorso, questo sia stato accolto con emissione di provvedimento cautelare da parte del collegio, è quest’ultimo ad essere competente anche sull’attuazione.

Una recente pronuncia ha abbracciato l’ultima soluzione, rilevando che la soluzione preferibile è proprio quest’ultima, non solo perché è più aderente al dettato legislativo (“giudice che ha emanato il provvedimento” è l’organo che ha emesso la pronuncia che in concreto reca il contenuto precettivo che si vuole portare ad esecuzione e non quello che ha eventualmente confermato tale pronuncia, senza modificarlo in alcun modo), ma anche perché più coerente con la ratio della norma, la quale, in ragione delle esigenze di celerità e snellezza cui è ispirata la stessa procedura sommaria, vuole garantire tali esigenze anche (ed a maggior ragione) per la fase esecutiva della medesima procedura, il che viene assicurato affidando tale fase al giudice che già conosce bene il contenuto dell’ordinanza da attuare, le sue motivazioni e le problematiche sottese e che è, quindi, in grado di darvi esecuzione con maggior rapidità ed efficacia (Trib. Piacenza, 15.2.11).

L’art. 669 duodecies c.p.c. continua stabilendo che “ove sorgano difficoltà o contestazioni, il giudice che ha emanato il provvedimento cautelare dà con ordinanza i provvedimenti opportuni, sentite le parti”.

A tale riguardo è stato chiarito che viene così delineato un iter attuativo che, salvi i richiami espliciti, assume talora aspetti autonomi dalle forme dell’esecuzione forzata (è stata definita esecuzione in via breve da qualche autore), pur nell’ambito di un tipo di tutela esecutiva che implica il richiamo alle forme dei corrispondenti procedimenti di esecuzione. Pertanto, può statuirsi che in tema di attuazione delle misure cautelari, qualora sorgano contestazioni circa le modalità di esecuzione, la competenza relativa alla loro risoluzione spetta al giudice che ha emanato il provvedimento il quale darà con ordinanza i provvedimenti opportuni, sentite le parti. Non manca, però, qualche voce autorevole che nel caso in cui il giudizio di merito sia già stato incardinato, al momento in cui abbia inizio la fase di attuazione del provvedimento - essendo stato l’atto di citazione notificato prima del deposito dell’istanza ex art. 669 duodecies c.p.c. - attribuisce la competenza per l’attuazione del provvedimento cautelare al giudice competente per il merito. E ciò preliminarmente per considerazioni di tipo sistematico connesse all’opportunità che l’intera materia cautelare sia devoluta al giudice del merito al quale è demandata ogni verifica in ordine alla sussistenza della situazione soggettiva azionata, anche negli sviluppi successivi all’emissione del provvedimento. Alla base di tale tesi vi è, però, anche la necessità di ottemperare al principio dell’unitarietà del procedimento cautelare che verrebbe violato da una separazione tra la fase cognitiva, ormai devoluta al giudice del merito, e quella attuativa che resterebbe in capo ad altro giudice (quello che aveva emesso il provvedimento) tra l’altro, almeno, di norma, appartenente allo stesso ufficio giudiziario. Questa teoria, per quanto suggestiva, si appalesa, però, come una forzatura rispetto ad un dato normativo (quello dell’art. 669 duodecies c.p.c.) obiettivamente chiaro che attribuisce al giudice della cautela ogni determinazione in tema di modalità attuative del provvedimento in caso di difficoltà o contestazioni (Trib. Salerno, 20.1.05).

Inoltre, la Suprema Corte ha anche avuto modo di puntualizzare che l’espressione “giudice che ha emanato il provvedimento cautelare”, come ritenuto dalla dottrina che si è posta tale specifico problema e che merita senz’altro condivisione, non va intesa come riferibile al giudice persona fisica ma all’ufficio giudiziario, posto che la norma si preoccupa di fissare soltanto la competenza in relazione all’attuazione del provvedimento cautelare; dunque, nella specie, in cui i provvedimenti (l’ordinanza cautelare e l’ordinanza di determinazione delle modalità attuative della stessa) sono stati emanati da giudici appartenenti allo stesso Ufficio, si è concretizzata una mera distribuzione degli affari all’interno dell’Ufficio giudiziario, e non un fatto di competenza (Cass. civ., 12.1.05, n. 443).

Infine, l’art. 669 duodecies c.p.c. conclude che “ogni altra questione va proposta nel giudizio di merito”.

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