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Accade sovente che l’Agente della riscossione invii una cartella di pagamento relativa ad importi già pagati o prescritti: in una ipotesi del genere è possibile ottenere l’annullamento del debito e, quindi, bloccare la riscossione. Naturalmente, diverse sono le opzioni che possono essere adottate.

Cartella pazza : come reagire. Tutte le possibili soluzioni

Postato da : Redazione | dicembre 13, 2017

Il primo passo da seguire è quello di richiedere la sospensione immediata della riscossione degli importi indicati nella cartella. Siffatta domanda può essere presentata direttamente all’Agente della riscossione, oppure all’ente creditore o all’autorità giudiziaria competente.

La richiesta di sospensione si può inviare direttamente all’Agente della riscossione nelle seguenti ipotesi:

- il debito è stato pagato prima della formazione del ruolo;

- esiste un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore (con il quale provvedimento l’ente annulla il credito);

- è sopraggiunta la prescrizione o la decadenza del debito prima della data in cui il ruolo è diventato esecutivo;

- è intervenuta la sospensione amministrativa da parte dell’ente creditore o la sospensione giudiziale;

- esiste una sentenza che ha annullato in tutto o in parte la pretesa dell’ente creditore, emessa in un giudizio al quale l’Agente della riscossione non ha preso parte.

La richiesta di sospensione all’Agente della riscossione prevede la compilazione di uno specifico modulo disponibile nel sito dell’ente, alla sezione Sospensione, o presso gli sportelli locali. L’istanza deve spiegare i motivi per cui l’importo indicato in cartella non è dovuto, e corredata da un documento di riconoscimento e da tutta la documentazione di merito. La domanda può essere presentata una volta sola e va inviata, a pena di nullità, entro 60 giorni da quando l’Agente della riscossione ha notificato la cartella. Può essere inviata direttamente on-line, alla pagina Sospensione (sezione Cittadino) del sito web dell’Agente della riscossione, oppure, in alternativa, presentata presso uno sportello dell’ente, inviata tramite raccomandata con ricevuta di ritorno ai recapiti che sono segnalati nella cartella, inviata via e-mail agli indirizzi indicati nel modulo. Una volta ricevuta la domanda, l’Agente della riscossione si farà poi carico di trasmetterla all’ente creditore e, in attesa della risposta, sospende le procedure di riscossione: se l’ente interessato non fornisce risposta, il debito è da considerarsi annullato.

La richiesta di sospensione direttamente all’Agente della riscossione, piuttosto che all’ente creditore o all’autorità giudiziaria competente, è più efficace in quanto nelle due ultime ipotesi, l’Agente della riscossione è, comunque, tenuta per legge a procedere con la riscossione finché l’ente creditore non le trasmette il provvedimento di annullamento del debito; al contrario, nella prima ipotesi la riscossione è immediatamente sospesa in attesa che l’ente creditore corregga l’errore. La richiesta di sospensione della cartella non sospende però i termini per presentare ricorso.

Pertanto, è consigliabile che quest’ultimo sia comunque presentato entro 60 giorni dalla notifica dell’atto, in assenza di un riscontro positivo immediato.

Oltre alla richiesta di sospensione all’Agente della riscossione, si può richiedere la sospensione e l’annullamento del debito direttamente all’ente creditore. La domanda di annullamento, o sgravio, è detta istanza in autotutela: con questa domanda, in pratica, ci si rivolge direttamente all’ente chiedendo di correggere l’errore, per evitare un futuro contenzioso. Se l’ente riconosce che la richiesta è legittima, cancellerà’ il debito emettendo un provvedimento di sgravio: con lo sgravio, l’ente ordina all’Agente della riscossione di annullare il debito. Anche in questo caso, va considerato che la domanda di annullamento in autotutela non sospende i termini per fare ricorso all’autorità giudiziaria competente: è, dunque, consigliabile, in assenza di risposta immediata dall’ente creditore, inviare, comunque, il ricorso.

In ogni caso, se l’ente creditore oppure l’Agente della rscossione danno una risposta negativa o in assenza di risposta, per annullare il debito occorre rivolgersi all’autorità giudiziaria competente presentando un ricorso, entro il termine di 60 giorni.

In via generale, il ricorso va presentato:

- al giudice di pace, in caso di multe (a titolo esemplificativo, si pensi alle violazioni alle norme del codice della strada);

- al tribunale in funzione di giudice del lavoro, per contributi Inps e Inail;

- alla commissione tributaria provinciale, per tasse e imposte, anche locali;

- al tribunale ordinario, per la bolletta dell’acqua.

Ricorso alla commissione tributaria e reclamo-mediazione

La procedura di ricorso alla commissione tributaria è complessa considerato che, prima ancora di inoltrare il ricorso vero e proprio, si avvia automaticamente una fase amministrativa, detta reclamo-mediazione.

Tale procedura viene avviata se il valore della lite è inferiore a 20.000 euro e se l’atto contestato rientra tra i seguenti:

a) avviso di accertamento;

b) avviso di liquidazione;

c) provvedimento che irroga le sanzioni;

d) ruolo;

e) rifiuto espresso o tacito della restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie e interessi o altri accessori non dovuti;

f) diniego o revoca di agevolazioni o rigetto di domande di definizione agevolata di rapporti tributari;

g) ogni altro atto per cui la legge preveda l’autonoma impugnabilità davanti alle Commissioni tributarie.

La fase amministrativa di reclamo-mediazione dura 90 giorni e sospende automaticamente i termini per la costituzione in giudizio e quelli di pagamento: va presentato direttamente con il ricorso, e può essere o meno accompagnato da una proposta di mediazione.

Si può effettuare la compilazione del ricorso e presentarsi in giudizio anche da soli se il valore della lite, cioè quello del debito, escluse sanzioni e interessi, è inferiore a 3.000 euro. Altrimenti bisognerà farsi rappresentare da un avvocato, un commercialista, un consulente del lavoro o un dipendente del Caf, sulla base della natura della controversia.

Il ricorso deve contenere:

a) i dati ed il domicilio (compreso l’indirizzo Pec, cioè di posta elettronica certificata);

b) i dati ed il domicilio del difensore (compreso l’indirizzo Pec), assieme alla relativa procura speciale;

c) gli esatti riferimenti dell’atto impugnato (ente che ha emesso l’atto, numero di protocollo, data della notifica ed ulteriori eventuali specifiche);

d) i motivi dell’illegittimità della richiesta dell’ente creditore;

d) le richieste del ricorrente.

Nell’indicare il valore della lite (ai fini della determinazione del contributo unificato tributario), come già detto, non vanno inclusi interessi e sanzioni.

Al ricorso vanno allegate le copie dei documenti che si intendono presentare nel momento del giudizio.

Eventualmente è possibile allegare anche una proposta di mediazione, che deve contenere:

a) gli stessi dati elencati per il ricorso;

b) una proposta di rideterminazione del credito;

c) l’indicazione della disponibilità a valutare in contraddittorio la mediazione della controversia.

La presentazione del ricorso in Commissione tributaria prevede il pagamento di un contributo, detto contributo unificato tributario, il cui importo e proporzionale al valore della lite, e cresce con l’aumentare dell’ammontare della cifra contestata.

In particolare, il contributo unificato è pari a:

- 30 euro per controversie di valore fino a 2.582,28 euro;

- 60 euro per controversie sopra i 2.582,28 euro e fino a 5.000 euro;

- 120 euro per controversie sopra i 5.000 euro e fino a 25.000 euro e per le liti di valore indeterminabile;

- 250 euro per controversie sopra i 25.000 euro e fino a 75.000 euro;

- 500 euro per controversie sopra i 75.000 euro e fino a 200.000 euro;

- 1.500 euro per controversie sopra i 200.000 euro.

Sono previste delle sanzioni se il difensore non ha indicato il suo indirizzo pec, anche se la situazione si può sanare presentando un’apposita dichiarazione alla segreteria della Commissione tributaria. In caso di ricorso presentato personalmente, la sanzione è prevista solo se non il ricorrente non indichi il proprio codice fiscale.

Il contributo unificato tributario si può pagare:

1) alle Poste, tramite bollettino di conto corrente;

2) in banca, tramite modello F23 (codice 171T);

3) acquistando un contrassegno telematico presso una tabaccheria.

Il ricorso può essere notificato all’ente interessato a mezzo delle seguenti modalità:

a) consegna diretta del ricorso in originale presso l’ufficio dell’ente creditore. In questo caso, l’impiegato deve lasciare una ricevuta;

b) tramite raccomandata con ricevuta di ritorno: in questo caso, occorre spedire direttamente il ricorso con i fogli spillati, senza busta;

c) a mezzo notifica di un ufficiale giudiziario: in questo caso, occorre consegnare all’ufficiale giudiziario due originali.

Si tenga presente che al momento, in via facoltativa, è possibile notificare il ricorso avvalendosi della procedura telematica, con l’avvertenza che chi sceglie la modalità telematica (e, quindi, di avviare il processo tributario telematico) dovrà, poi, obbligatoriamente seguire sempre la medesima procedura, anche nell’eventuale successivo grado di giudizio.

In particolare, il Processo Tributario Telematico (PTT) dal 15 luglio 2017 è attivo su tutto il territorio nazionale, a conclusione di una graduale estensione a livello regionale iniziata il 1 dicembre 2015.

E’ prevista, previa registrazione attraverso il portale dedicato, di accedere al sistema informativo della Giustizia Tributaria (SIGIT - PTT) e di depositare gli atti e i documenti processuali già notificati alla controparte. Inoltre, i giudici tributari, i contribuenti, i professionisti e gli enti impositori, potranno consultare da casa o dai propri uffici il fascicolo processuale contenente tutti gli atti e documenti del contenzioso a cui sono interessati.

E’ evidente che la digitalizzazione delle fasi della notifica, del deposito del ricorso e dei documenti comporta vantaggi notevoli per tutti i protagonisti del processo tributario in termini di semplificazione, trasparenza degli adempimenti processuali e di durata del contenzioso.

Per la notifica, si hanno a disposizione 60 giorni dalla ricezione dell’atto contro cui si interviene.

Come evidenziato in precedenza, se il valore della lite è inferiore a 20.000 euro, si apre in automatico la fase amministrativa di reclamo-mediazione.

Questa fase, che ha una durata di 90 giorni, prevede la sospensione automatica dei termini di pagamento e riscossione. Il procedimento in questione non è di competenza della Commissione tributaria, ma è gestito dall’ente creditore stesso, diverso da quello che ha emanato l’atto.

La procedura si può concludere:

1) col totale accoglimento delle richieste dell’istante/ricorrente e conseguente annullamento dell’atto;

2) con l’accoglimento della eventuale proposta di mediazione: in questo caso, le sanzioni dovranno essere corrisposte in misura ridotta, nella misura del 35% del minimo edittale;

3) col rigetto sia del reclamo che della mediazione.

In caso di esito positivo della mediazione, andrà siglato un accordo e andranno versati, entro 20 giorni, l’intero importo dovuto o la prima rata in caso di rateizzazione in un massimo di 8 rate trimestrali (16 rate se il debito supera i 50.000 euro).Nell’ipotesi che vi sia un rigetto ,vi sono a disposizione trenta giorni di tempo per costituirsi in giudizio, presentando il fascicolo contenente il ricorso ed i documenti allegati presso la Commissione tributaria provinciale.

Il fascicolo a) può essere depositato presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, b) oppure può essere spedito con raccomanda con avviso di ritorno senza busta oppure c) depositato in modalità telematica. Si può arrivare a una conciliazione durante il giudizio, sia in udienza che fuori udienza, ottenendo in questo modo un dimezzamento della sanzione.

Vi sono, però, delle differenze, tra la conciliazione fuori udienza e quella che avviene in udienza:

– per la conciliazione fuori udienza, una delle parti ha la facoltà di presentare, entro l’ultima udienza di trattazione, un’istanza congiunta che contenga una proposta di conciliazione alla quale l’altra parte abbia già aderito;

– per la conciliazione in udienza, sarà possibile presentarla entro 10 giorni prima della data di trattazione; ottenuto esito di ammissibilità, la commissione tributaria invita le parti alla definizione.

La stesura del verbale segna il perfezionamento della conciliazione, prima ancora di attendere il versamento della prima rata come avviene nella fase amministrativa di mediazione.

Se il giudice, con la sentenza, accoglie le richieste del ricorrente, l’ente è tenuto ad annullare il debito. Se l’ente non si adegua alla decisione

del giudice, è prevista la possibilità di ricorrere nuovamente all’autorità giudiziaria, introducendo il giudizio di ottemperanza, per obbligare l’ente ad eseguire la decisione giudiziale.

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