Rassegna Sentenze
Massimario Giurisprudenza
Home

Contratti agrari

Contratti agrari: definizione e disciplina

Postato da : Redazione | dicembre 25, 2017

I contratti agrari sono gli accordi che hanno come oggetto lo sfruttamento della terra e segnatamente il godimento e l’utilizzo dei fondi rustici e di tutti i beni connessi all’agricoltura.

Nel corso degli anni hanno subito un profondo mutamento tenuto conto della corrispondente evoluzione del concetto di proprietà terriera e soprattutto della differente composizione degli interessi che si è venuta a creare tra i diversi fattori della produzione agraria e segnatamente tra i titolari dei beni immobili e del capitale e la forza lavoro.

La definizione del contratto agrario ancorata all’oggetto dello stesso (la proprietà terriera), in seguito alla promulgazione della Costituzione repubblicana, ha mostrato tutti i limiti che sono discesi da una rivoluzione copernicana operata nei rapporti agrari.

Ne è discesa, quindi, una definizione di contratto agrario non più incentrata sull’oggetto ma sulla causa dello stesso, cioè, sulla funzione economico sociale che con il contratto agrario si vuole perseguire. Il contratto agrario, così, non è più un contratto con il quale il proprietario decide come meglio “sfruttare” il proprio diritto reale sulla terra ma è diventato il contratto per l’impresa agraria. Il componimento degli interessi che si attua mediante il contratto agrario ha la funzione di costituire ovvero sviluppare l’impresa mettendo a disposizione di quest’ultima tutto quanto necessario per ottenere lo sfruttamento razionale del bene agrario.

A questa nuova composizione degli interessi ha anche giovato l’introduzione della figura dell’imprenditore agricolo inserita nel codice civile del 1942 agli articoli 2082 e 2135.

Se pure la caratteristica precipua del contratto agrario (come derivato dalla riforma del 1982) è il rapporto di scambio che si instaura tra il concedente (la terra) e il concessionario (affittuario) entrambi hanno uno scopo comune (rectius una causa): la costituzione, lo sviluppo, l’incremento, l’esercizio in generale dell’impresa agricola che potrà avere, a sua volta, le forme più svariate.

Se anche il concedente (locatore) rimane completamente estraneo alla gestione dell’impresa è pur vero che il concedente non è completamente disinteressato alla costituzione e l’esercizio dell’impresa perché, il concessionario non è tenuto solo, come un normale locatario, a non deteriorare la cosa e a mantenerne la destinazione economica; è tenuto anche, in positivo, a favorire la nascita di una impresa della quale il concedente, anche se estraneo alla gestione, si assume la responsabilità e il potere di controllo (IRTI).

Pacifica, invece, è la presenza di una comunione di scopo nei contratti agrari associativi nei quali le parti concorrono a definire la struttura e il tipo di impresa e si distribuiscono le funzioni relative alla direzione e alla gestione dell’impresa (a differenza di quanto accade anche nelle società commerciali in cui i soci concorrono solo a costituire nella società la figura dell’imprenditore ben potendo rimanere estranei sia alla gestione che al controllo esterno dell’impresa medesima). In altri termini la comunione di scopo è, in sostanza, un profilo rilevante della causa in ogni tipo di contratto agrario e si collega strettamente al nesso sempre esistente tra contratto ed impresa per cui l’impresa, pur essendo esterna al contratto, è in ogni caso funzionale al contratto stesso (GALLONI).

Come tutti i contratti, anche quelli agrari, a norma dell’art. 1325 c.c., hanno quali requisiti (struttura) essenziali: a) l’accordo delle parti; b) la causa; c) l’oggetto; d) la forma (quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità).

Certamente i contratti agrari sono contratti a effetti obbligatori in quanto si perfezionano con il solo incontro della volontà delle parti (accordo). Secondo la dottrina dominante è necessario, però, in ogni caso, che tale accordo perduri fino al concreto esplicarsi dell’impresa agricola e/o degli atti a essa funzionali e segnatamente fino alla “produzione agricola” effettiva in quanto se così non fosse il contratto agrario potrebbe essere dichiarato risolto per l’impossibilità di produrre gli effetti previsti dall’accordo delle parti.

Dell’oggetto e soprattutto della causa si è già detto sottolineando l’evoluzione che il concetto di contratto agrario ha avuto dal secondo dopo guerra in poi con il progressivo spostamento dell’attenzione dall’assetto di interessi incentrato sulla proprietà terriera, sul bene terra in generale, alla costituzione e l’esercizio dell’impresa agricola quale funzione essenziale della composizione degli interessi meritevoli di tutela.

I contratti agrari sono liberi nella forma. Possono essere, quindi, anche verbali non prescrivendo la legge alcuna forma particolare. Anzi, l’art. 41 della legge 3 maggio 1982, n. 203, rubricata “norme sui contratti agrari” (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 5 maggio 1982, n. 121), dispone che “i contratti agrari ultranovennali, compresi quelli in corso, anche se verbali o non trascritti, sono validi e hanno effetto anche riguardo ai terzi”. La disposizione citata ha, quindi, derogato la precedente disciplina – costituita dagli artt. 1350, nn. 8 e 9 e 2643, nn. 8 e 10 c.c., secondo la quale tutti i contratti di locazione (e i conferimenti) immobiliari ultranovennali – quindi anche quelli agrari – debbono farsi per atto pubblico o scrittura privata (e devono essere trascritti), sotto pena di nullità.

Se è vero che vige il principio generale della libertà delle forme (“de formalizzazione”) sancito dall’art. 41 della legge n. 203/1982, quale regola valida per tutti i contratti agrari (a coltivatori diretti in virtù del mancato rinvio operato dall’art. 23 della legge n. 203/1982), per cui, affinché possa dirsi esistente un contratto di affitto agrario è sufficiente che risulti l’accordo delle parti sulla circostanza che una di queste abbia, per fini agricoli, il godimento di un fondo di cui l’altra ha la disponibilità, verso un corrispettivo, è ancor vero che, rispetto al contratto di affitto a coltivatore diretto, non può darsi per acquisito o per certo il preesistente possesso della qualifica di coltivatore diretto dell’affittuario, poiché, involgendo essa una situazione di fatto, la stessa va dimostrata in concreto.

Infatti, pur dopo l’entrata in vigore dell’art. 41, trovano ancora applicazione – anche con riguardo a contratti aventi a oggetto l’affitto di fondi rustici – le regole poste dall’art. 3, legge 22 luglio 1966, n. 606 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 6 agosto 1966, n. 195), dagli artt. 2923 c.c. e 560 c.p.c., nonché dall’art. 999 c.c.

Così come in presenza di contratti di affitto agrario di cui siano parte enti pubblici non economici non solo non può trovare applicazione il principio sulla forma “libera” del contratto ma neanche la disciplina di cui all’art. 4 della legge n. 203/1982 in tema di “rinnovazione tacita” del rapporto per difetto di tempestiva disdetta. Per giurisprudenza consolidata, infatti, la volontà di obbligarsi della Pubblica Amministrazione non può desumersi per implicito da fatti o atti, dovendo essere manifestata nelle forme, necessariamente rigide, richieste dalla legge, tra le quali l’atto scritto ad substantiam al fine precipuo di consentire i controlli cui l’azione amministrativa è sempre soggetta nonché il pieno esplicarsi dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’attività amministrativa.

In particolare è indubbio che nel caso in cui l’affitto del fondo sia a conduttore cosiddetto “capitalista” ovvero non coltivatore diretto sussista l’interesse da parte di quest’ultimo alla trascrizione del contratto, non essendo stata abrogata dalla legge n. 203/1982 la disposizione dell’art. 3 della legge n. 606/1966, la quale prescrive che il contratto di affitto a conduttore non coltivatore diretto deve essere provato per iscritto, con la conseguenza che ai fini della sua opponibilità ai terzi deve essere sottoposto a trascrizione, ex art. 2643 n. 8 c.c., essendo un contratto di durata ultranovennale, ai sensi dell’art. 17 della legge 11 febbraio 1971, n.11 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 22 febbraio 1971, n. 46) recante “nuova disciplina dell’affitto di fondi rustici”, e dell’art. 22 legge n. 203/1982, secondo cui il contratto a conduttore non coltivatore diretto ha una durata minima di quindici anni.

E’ fuori discussione anche che l’art. 41 non abbia modificato la disciplina dell’opponibilità delle locazioni di fondi rustici nelle procedure espropriative. Non esiste, infatti, alcuna incompatibilità tra il predetto art. 41 e gli artt. 2923 c.c. e 560 c.p.c.. Deve escludersi, pertanto, che, per effetto dell’entrata in vigore della legge n. 203/1982, siano state abrogate per incompatibilità le norme di cui agli artt. 2923 c.c. e 560 c.p.c. in parola, non sussistendo alcuna incompatibilità logica tra l’art. 41 e le norme che disciplinano l’ipotesi del pignoramento del bene oggetto del rapporto agrario. Ne discende, quindi, che l’art. 2923 c.c. è applicabile non solo nell’ipotesi prevista dal I comma dello stesso, che riguarda la necessità della certezza e anteriorità della data ai fini di rendere opponibile il contratto di affitto all’acquirente, ma anche nell’ipotesi di cui al II comma, che rende opponibili le locazioni ultranovennali non trascritte solo nei limiti di un novennio dall’inizio della locazione.

Infine, la Corte di Cassazione, dopo alcune pronunce di segno contrario, ha ritenuto l’applicabilità della norma di cui all’art. 999 c.c., nella parte in cui prevede la non opponibilità al nudo proprietario di un contratto di affitto di durata superiore ai cinque anni, stipulato ai sensi della legge n. 203/1982. Nel caso specifico, di affitto di fondi rustici, il principio generale di tutela delle ragioni del proprietario di cui all’art. 999 c.c. deve essere contemperato con i termini minimi di durata del contratto di affittanza agraria posti dalla legge n. 203/1982. La Suprema Corte inizialmente aveva sostenuto la tesi della prevalenza di tale normativa sulla disciplina codicistica in forza dell’interesse pubblico cui è sottesa la materia agraria. L’art. 999 c.c., comma I, prevede, infatti, che “le locazioni concluse dall’affittuario, in corso al tempo della cessazione dell’usufrutto, purché constino da atto pubblico o da scrittura privata di data certa anteriore, continuano per la durata stabilita, ma non oltre il quinquennio dalla cessazione dell’usufrutto”, mentre la legge n.203/1982, art. 1, comma II, dispone che “i contratti di affitto a coltivatori diretti …. hanno la durata minima di quindici anni, salvo quanto previsto dalla presente legge” e che (come si è visto) “i contratti ultranovennali, compresi quelli in corso, anche se verbali o non trascritti, sono validi e hanno effetto anche riguardo ai terzi” (art. 41); nonché, all’art. 58, comma II, stabilisce che “le disposizioni incompatibili con quelle contenute nella presente legge sono abrogate”. Successivamente, invece, e più correttamente la Corte ha definitivamente affermato che l’art. 999 c.c., non solo non è stato abrogato dalla legge n. 203/1982, art. 41 quanto alla “forma” del contratto di affitto posto in essere dall’usufruttuario, per la sua opponibilità al nudo proprietario, ma neppure dall’art. 1, della stessa legge, quanto alla “durata” dei contratti di affitto. In realtà la Suprema Corte ha fatto uso dei principi generali del diritto. Invero, l’abrogazione tacita di una legge ricorre quando sussiste incompatibilità tra le nuove disposizioni e quelle precedenti, ovvero quando la nuova legge disciplina la materia già regolata da quella anteriore, salvo che ad una legge speciale faccia seguito una nuova disciplina generale della materia (lex posterior generalis non derogat legi priori speciali). La legge n. 203/1982 detta la disciplina “generale” dei contratti agrari, mentre l’art. 999 c.c. è una norma “speciale”, rispetto a essa, in quanto diretta a disciplinare, con riguardo al tempo della cessazione dell’usufrutto, i contratti di locazione conclusi dall’usufruttuario e, pertanto, non è suscettibile di modifica per effetto della prima.

In merito ai requisiti di validità dei contratti agrari bisogna porre l’attenzione sull’art. 58 della legge n. 203/1982 il quale dispone che “tutte le norme previste nella presente legge sono inderogabili. Le convenzioni in contrasto con essa sono nulle di pieno diritto e la loro nullità può essere rilevata anche d’ufficio, salvo il disposto degli articoli 45 e 51. Le disposizioni incompatibili con quelle contenute nella presente legge sono abrogate”. La legge n. 203/1982 rappresenta, quindi, l’asse normativo fondamentale disciplinante la materia le cui norme sono tutte imperative e inderogabili; ne discende che i patti in deroga sono radicalmente nulli ex lege (la nullità è rilevabile d’ufficio). Vi è, infine, anche un’abrogazione “generale” esplicita di tutte le disposizioni configgenti con il dettato della legge “fondamentale”.

Non vi è dubbio che si applichi l’art. 1339 c.c. in base al quale vi è l’integrazione ovvero la sostituzione automatica delle clausole contrattuali mancanti o difformi alle norme di legge imperative le quali integrano ovvero si sostituiscono, quindi, automaticamente alle clausole contrattuali apposte dalle parti. La regola generale posta dal predetto art. 58 subisce, per sua stessa previsione, una deroga nel caso in cui vi sia la presenza delle organizzazioni sindacali ovvero si raggiunga un accordo transattivo dinanzi al giudice. L’ultimo comma dell’art. 23 della legge n. 11/1971, come sostituito dall’art. 45 della legge n.203/1982, infatti, dispone che “sono validi tra le parti, anche in deroga alle norme vigenti in materia di contratti agrari, gli accordi, anche non aventi natura transattiva, stipulati tra le parti stesse in materia di contratti agrari con l’assistenza delle rispettive organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative a livello nazionale, tramite le loro organizzazioni provinciali, e le transazioni stipulate avanti al giudice competente”.

La ragione è di tutta evidenza. L’intera materia agraria è disciplinata da norme imperative di legge sulla base dell’enorme valore che lo Stato a essa attribuisce ma anche in base al presupposto che vi sia una sperequazione di poteri tra le parti del rapporto contrattuale (basti pensare alla disposizione del I comma dell’art. 23 citato sopra in base al quale “le rinunce e le transazioni, che hanno per oggetto diritti dell’affittuario derivanti dalla presente legge e da ogni altra legge, nazionale o regionale, non sono valide”); sperequazione che, evidentemente, si presuppone mitigata, controllata ovvero superata con l’assistenza delle organizzazioni professionali rappresentative ovvero con la presenza del magistrato. E’ scontato, infine, che la norma distingue tra accordi stipulati tra le parti e transazioni stipulate davanti al giudice competente, proprio al fine di sancire la validità dei patti in deroga contenuti negli uni e nelle altre, limitando, tuttavia, solo ai primi la condizione della necessaria assistenza delle rispettive organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative a livello nazionale. La presenza del giudice, infatti, è garanzia di correttezza degli accordi raggiunti dalle parti e della loro traduzione in formule giuridiche conformi alla effettiva volontà dei paciscenti altrimenti assicurata dalla presenza delle organizzazioni sindacali.

Bisogna specificare, inoltre, che l’assistenza sindacale costituisce condizione di validità dei patti, purché si estrinsechi in un’attività effettiva di consulenza e indirizzo che chiarisca alle parti il contenuto e lo scopo di ogni singolo patto in modo che esse ne acquisiscano piena consapevolezza senza che, peraltro, occorra che si faccia menzione della difformità dalla disposizione imperativa; al contrario, però, non è sufficiente la pura e semplice presenza né tanto meno la sottoscrizione contestuale o successiva del contratto.

La norma imperativa, senza dubbio, più importante attiene alla durata del contratto agrario. La legge n. 203/1982 stabilisce, infatti, che “i contratti di affitto a coltivatori diretti, singoli o associati, hanno la durata minima di quindici anni” (art. 1, comma II); la medesima durata hanno i contratti di affitto a conduttori non coltivatori diretti (art. 22, comma I). Della decorrenza e del regime della proroga nonché di alcune eccezioni parleremo, successivamente, nel paragrafo dedicato all’affitto del fondo rustico.

Contratti agrari

Contratti agrari

Tags

agrari agricoltura contratti

Cerca

Proprietà intellettuale

Ogni diritto sui contenuti (a titolo esemplificativo testi e architettura del sito) è riservato ai sensi della normativa vigente.

I contenuti delle pagine del sito non possono, nè totalmente nè in parte, essere copiati, riprodotti, trasferiti, caricati, pubblicati o distribuiti in qualsiasi modo senza il preventivo consenso scritto della Redazione, fatta salva la possibilità di immagazzinarli nel proprio computer o di stampare estratti delle pagine di questo sito unicamente per utilizzo personale.

Qualsiasi forma di link al presente sito se inserita da soggetti terzi non deve recare danno all'immagine e alle attività della Redazione.

E' vietato il cd. deeplinking ossia l'utilizzo non trasparente, su siti di soggetti terzi, di parti del sito.

L'eventuale inosservanza delle presenti disposizioni, salvo esplicita autorizzazione scritta, sarà perseguita nelle competenti sedi giudiziarie civili e penali.