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Iniziativa per la dichiarazione di fallimento

Quali sono i soggetti che possono prendere l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento?

Postato da : Redazione | dicembre 24, 2017

Il legislatore, con la riforma del 2006 ha riscritto l’articolo 6 l.f., rubricato “iniziativa per la dichiarazione di fallimento”, sopprimendo l’iniziativa fallimentare officiosa e prevedendo che “il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero” (art. 6 l.f., primo comma).

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che la perdita del potere del giudice di aprire il fallimento di ufficio trova il suo fondamento nelle esigenze di terzietà e imparzialità dell’organo decidente - rimarcate dal novellato testo dell’art. 111 Cost. (legge cost. 23 novembre 1999, n. 2, art. 1; l. 29 marzo 2001, n. 89) - dal legislatore apprezzate come essenziali ai fini del corretto svolgimento del procedimento prefallimentare, riportato nell’area dei giudizi ad iniziativa di parte, secondo il principio nemo iudex sine actore, che governa la giurisdizione, proprio al fine di evitare che il giudice che decide possa anche solo apparire come l’attore del procedimento sul quale giudica. Così operando, il legislatore della riforma della legge fallimentare ha inteso escludere, in modo assoluto, qualunque dubbio sulla posizione di terzietà del giudice, chiamato a rendere la decisione, secondo il rigoroso dettato della Carta costituzionale, concepito al fine di rendere giusto il processo, ben oltre il requisito della imparzialità, atteso che la terzietà suppone che, nella vicenda portata al suo esame, egli non abbia assunto iniziative che lo abbiano in qualche modo impegnato in valutazioni che quel carattere pongano in discussione (Cass. civ., sez. I, 26 febbraio 2009, n. 4632).

L’iniziativa del pubblico ministero e i “residui” poteri del Tribunale.

Il fallimento può essere dichiarato anche su richiesta del pubblico ministero.

Il successivo articolo 7 l.f. precisa che “il pubblico ministero presenta la richiesta di cui al primo comma dell’articolo 6: 1) quando l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore; 2) quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile”.

Pertanto, accanto alla soppressione dell’iniziativa officiosa del Tribunale (in precedenza prevista dall’art. 6 l.f.), il legislatore ha coerentemente modulato l’iniziativa del pubblico ministero, ora titolare di un potere di azione che è in linea generale regolato dall’art. 7 l.f.. In quest’ambito, la legittimazione del pubblico ministero alla richiesta di fallimento, ai sensi dell’art. 7, n. 1, l.f., per il caso in cui l’insolvenza risulti nel corso di un procedimento penale, sussiste sia nella fase delle indagini preliminari sia in quelle successive, ma presuppone pur sempre che il procedimento riguardi il debitore nei cui confronti l’istanza viene proposta e non quella riguardante altri soggetti (Corte App. Milano, 13 gennaio 2011). Allo stesso tempo, l’iniziativa del pubblico ministero, prima limitata alla risultanza dello stato di insolvenza dell’imprenditore in sede penale (art. 7 r.d. 267/1942), è stata ora estesa a quella risultante in sede civile (art. 7 n. 2 nel testo novellato dall’art. 5 d.lgs. 5/2006), in conseguenza dell’abrogazione del previgente art. 8, che la prevedeva in intimo collegamento con l’iniziativa officiosa del Tribunale: quindi, con attivazione, non già in base a una conoscenza di insolvenza in qualsiasi modo avuta, ma piuttosto a una sua notizia qualificata per segnalazione di un giudice civile, secondo un processo di regolazione, tendenzialmente tipizzata, già avviato nel corso del regime fallimentare previgente (in tale senso, in particolare: Cass. civ., 9 marzo 1996, n. 1876).

In relazione ai poteri di iniziativa del pubblico ministero, è stato chiarito che la segnalazione, da parte del Tribunale Fallimentare, dello stato di insolvenza al pubblico ministero, nel caso di desistenza del creditore-istante, appare essere l’espressione non già di una facoltà ma, invece, di un vero e proprio potere-dovere del giudice in presenza di un quadro indiziario di decozione, senza che tuttavia con ciò il Tribunale esprima alcuna propria valutazione, a cagione dell’assenza di una specifica diversa previsione normativa al riguardo; la necessità “doverosa” della segnalazione è venuta in essere solo dopo la riforma normativa (che ha escluso la possibilità del fallimento d’ufficio), dato che anteriormente era, infatti, del tutto illogica e, di certo, non concepibile l’ipotesi che una tale segnalazione venisse fatta dal Tribunale “a sé medesimo” (art. 8 l.f. vecchio testo); vi è una abissale differenza tra “iniziativa per sollecitare l’iniziativa del pubblico ministero”, cioè una mera segnalazione effettuata al medesimo dal giudice fallimentare, la quale comporta solo una susseguente valutazione da parte del pubblico ministero, del tutto libera e autonoma, del se vi siano o meno i presupposti per proporre l’istanza di fallimento, e l’esercizio, invece, della “diretta iniziativa d’ufficio” da parte del giudice fallimentare, essendo palese che solo e soltanto in tale ultima ipotesi è carente la terzietà e l’imparzialità del giudicante (C. Appello di Brescia, 7 ottobre 2010).

L’iniziativa del debitore o di uno o più creditori.
a) L’iniziativa del ceto creditorio.

Il fallimento può essere dichiarato anche per iniziativa dello stesso debitore, ovvero di uno o più creditori. In questa ipotesi, al fine di attivare la procedura, la legge richiede la predisposizione di un ricorso. Il secondo comma dell’articolo 6 l.f. puntualizza che “nel ricorso l’istante può indicare il recapito telefax o l’indirizzo di posta elettronica presso cui dichiara di voler ricevere le comunicazioni e gli avvisi previsti dalla presente legge”.

E’ evidente che una volta presentato il ricorso (da parte del debitore o dei creditori) o la richiesta (da parte del pubblico ministero) il Tribunale ha il dovere di pronunciarsi, con decreto motivato di rigetto, qualora ritenga non sussistenti i presupposti per la dichiarazione di fallimento, ovvero con sentenza qualora dichiari il fallimento.

b) L’iniziativa del debitore.

Ovviamente, il fallimento può essere dichiarato anche su iniziativa (ricorso) dello stesso debitore, il quale, più di qualsiasi altro soggetto, è in grado di conoscere in maniera effettiva e puntuale la propria situazione economico-contabile. Non a caso, l’articolo 14 l.f. pone a carico dell’imprenditore che chiede il proprio fallimento il dovere di “depositare presso la Cancelleria del Tribunale le scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti i tre esercizi precedenti ovvero l’intera esistenza dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata. Deve, inoltre, depositare uno stato particolareggiato ed estimativo delle sue attività, l’elenco nominativo dei creditori e l’indicazione dei rispettivi crediti, l’indicazione dei ricavi lordi per ciascuno degli ultimi tre esercizi, l’elenco nominativo di coloro che vantano diritti reali e personali su cose in suo possesso e l’indicazione delle cose stesse e del titolo da cui sorge il diritto”. Quindi, l’imprenditore dovrà depositare il libro giornale, il libro degli inventari nonché i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, a meno che, naturalmente, l’impresa non abbia avuto una minore durata.

Iniziativa dichiarazione di fallimento

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