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Mezzadria

Mezzadria: tutto ciò che c’è da sapere

Postato da : Redazione | dicembre 25, 2017

Mentre nel codice civile del 1865 la mezzadria (così come la colonia parziaria) era considerata un contratto di scambio ed era inquadrata nell'istituto della locazione, nel codice del 1942 essa venne qualificata come contratto associativo, dando luogo al sorgere dell'impresa agricola la cui direzione fu attribuita al concedente (artt. 2145, comma II e 2169).

A seguito di un ampio movimento di natura economico-sociale e politica, che aveva radici lontane ma trovò nel dopoguerra motivi di notevole accelerazione, venne ad affermarsi e prevalere un orientamento di disfavore verso l’istituto, che non fu ritenuto più idoneo ad assicurare, da un lato, il migliore sviluppo dell’agricoltura (l’incremento della produttività agricola) e, dall’altro, il superamento degli inevitabili conflitti sociali tra concedenti e coltivatori (in altri termini, i buoni rapporti tra le categorie interessate).

Fra le ragioni dell'insorto disfavore ci fu l'inerzia (spesso riscontrabile) del concedente, il quale, trascurando i propri doveri di direzione, comprometteva il buon andamento dell’impresa, con grave danno dell’agricoltura in genere e con specifico pregiudizio del mezzadro, ridotto a trarre modesti utili dalla sua attività lavorativa. Da ciò l’acuirsi della tensione nei rapporti tra le parti e il correlativo disinteresse del coltivatore, non più disposto a sopportare gli oneri per la cura del fondo, previsti a suo carico, ma incline, invece, a procurarsi la somma di denaro necessaria per l’acquisto di un fondo proprio al fine di sottrarsi alla soggezione al concedente e, in tal modo, diventando proprietario, di poter provvedere autonomamente alla conduzione dell'azienda.

Una tappa di grande rilievo è rappresentata dalla legge 15 settembre 1964 n. 756, della quale è importante sottolineare il divieto di stipulare nuovi contratti di mezzadria (art. 3) nonché l'attribuzione al mezzadro della contitolarità della direzione dell'impresa (art. 6).

Il suddetto divieto venne ribadito dalla l. 4 agosto 1971 n. 592 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 14 agosto 1971, n. 205), recante “interventi in favore dell’agricoltura”, di conversione in legge, con modificazioni del decreto legge 5 luglio 1971 n. 432, la quale tuttavia considerò efficaci quei contratti mezzadrili instaurati di fatto dopo la legge del 1964.

La suindicata normativa nazionale trovò motivi di conforto in alcuni atti della Comunità Economica Europea (come il secondo piano Mansholt e le due direttive nn. 159 e 160 del 1972) in cui tendenzialmente si mostrava preferenza per il contratto d'affitto (la mezzadria, peraltro, era praticata in maniera molto limitata nell’ambito comunitario e prevalentemente in alcune zone dell'Italia e della Francia).

La legge n. 203 del 1982, nel solco delle precedenti scelte, ha ribadito il divieto di instaurare nuovi rapporti di mezzadria, imperativamente statuendo che l’unico schema utilizzabile per il contratto agrario (salvo le modeste eccezioni degli artt. 30 e 36, e probabilmente dell’art. 45, il cui contenuto è variamente inteso in dottrina) è quello dell’affitto. Tale scelta legislativa non viene limitata ai contratti futuri, ma è estesa anche a quelli in corso, e, appunto, a tale estensione si collega la conversione, (prevista dagli artt. 25 e segg. della legge), del rapporto di mezzadria in quello di affitto.

L’art. 2141 c.c. definisce la mezzadria come l’associazione per la coltivazione di un podere e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di dividere a metà gli utili, ferma la validità dei patti con i quali si stabilisce che alcuni prodotti si dividano in proporzioni diverse.

L’art. 34 della legge n. 203/1982 ha stabilito che i contratti di mezzadria non trasformati abbiano la durata di sei ovvero dieci anni, ferme le clausole contrattuali verbali o scritte ovvero i patti in deroga tra le parti che prevedano una durata maggiore. In tal caso si continueranno ad applicare al contratto gli articoli da 2141 a 2163 del codice civile.

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