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Separazione dei coniugi: cumulo con cause connesse

Separazione coniugi: Il problema del rito da seguire nel caso del cumulo con cause connesse

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

Un problema, che è stato spesso oggetto di attenzione in sede giurisprudenziale, riguarda la cumulabilità – o meno - della domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio (ovvero di separazione) con altra domanda connessa, ad esempio una domanda di divisione della casa coniugale oppure una domanda restitutoria di beni personali, con le inevitabili conseguenze in ordine al rito da seguire.

Prima di tentare di dare una risposta esauriente al descritto quesito, deve essere premesso che la legge sul divorzio prevede la possibilità di trattare congiuntamente domande che presentano un carattere di accessorietà rispetto a quella (principale) di divorzio; si pensi all’art. 5 in ordine all’assegno di mantenimento; all’art. 6 in ordine all’affidamento ed al mantenimento della prole, o, ancora, all’assegnazione della casa familiare.

Fatta questa premessa, risulta opportuno rammentare che la norma di riferimento in materia di “connessione” è contenuta nell’art. 40 c.p.c. che, successivamente alla riforma attuata con la legge n. 353/1990, al primo comma, dispone che se sono proposte davanti a giudici diversi più cause le quali, per ragione di connessione, possono essere decise in un solo processo, il giudice fissa con ordinanza alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa accessoria, davanti al giudice della causa principale, e negli altri casi davanti a quello preventivamente adito, mentre al terzo comma è stabilito che nei casi previsti negli articoli 31, 32, 34, 35 e 36, le cause, cumulativamente proposte o successivamente riunite, debbono essere trattate e decise col rito ordinario, salva l’applicazione del solo rito speciale quando una di tali cause rientri fra quelle indicate negli articoli 409 e 442.

In via di sintesi, consegue dalla lettura dei summenzionati commi che solo in caso di “connessione per subordinazione” il Legislatore, al fine di evitare conflitti di giudicati, prevede la possibilità, pur in presenza di domande soggette a riti diversi, del “processo simultaneo”. Al contrario, ove ricorra una ipotesi di “connessione per coordinazione”, rispetto alla quale il processo simultaneo sarebbe finalizzato a perseguire unicamente una finalità di economia processuale, non è consentito il cumulo di domande connesse, soggette a riti differenti.

In virtù dell’adesione ad una simile impostazione sistematica, è stato coerentemente deciso che la trattazione congiunta di cause soggette a riti differenti può attuarsi, secondo le regole di cui all’art. 40 c.p.c., nel testo modificato dalla l. n. 353/1990, soltanto se tali cause siano connesse ai sensi degli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c.. Pertanto, non è possibile il cumulo in un unico processo della domanda di separazione giudiziale di coniugi, soggetta al rito camerale, e di quella di accertamento della proprietà della casa coniugale, soggetta al rito ordinario, trattandosi di domande non legate da vincoli di connessione, ma autonome e distinte l’una dall’altra. (Cass. civ., sez. I, 06 dicembre 2006). Infatti, non è sfuggito al giudice di legittimità che l’art. 40 c.p.c ha risolto espressamente il problema del cumulo nello stesso processo di domande connesse soggette a riti diversi, prevedendone la possibilità soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione (definita in dottrina - per “subordinazione” o “forte”). In particolare, il terzo comma disciplina la trattazione congiunta della cause soggette a rito ordinario e speciale nei soli casi previsti dagli artt. 31 (cause accessorie), 32 (cause di garanzia), 34 (accertamenti incidentali), 35 (eccezioni di compensazione) e 36 (cause riconvenzionali), disponendo che esse, cumulativamente proposte o successivamente riunite, siano trattate con il rito ordinario, salva l’applicazione di quello speciale quando una di esse sia una controversia di lavoro o previdenziale, e così chiaramente escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ai sensi dell’art. 33 o dell’art. 103 c.p.c. e soggette a riti diversi. Ne consegue che fra la domanda di scioglimento del matrimonio e la domanda di scioglimento della comunione legale e di divisione dei beni non è configurabile un rapporto riconducibile alle previsioni innanzi richiamate. In particolare, in presenza di simili domande si deve escludere, attesa la diversità e l’autonomia delle rispettive causae petendi, che ricorra l’ipotesi della dipendenza delle domande riconvenzionali avanzate “dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione” richiesta dall’art. 36 c.p.c.. Ancora, non può ritenersi sussistente nemmeno il vincolo di accessorietà tra due pretese giudiziali, a mente dell’art. 31 c.p.c., allorché una domanda, per ragioni di carattere obiettivo, si presenti, rispetto a un’altra domanda di maggiore importanza, in posizione di subordinazione o dipendenza, non soltanto perché di contenuto meno rilevante, ma anche perché presuppone quella domanda. La dipendenza fra l’oggetto di una causa e quello dell’altra non si sostanzia soltanto in una correlazione logico-giuridica, dovendo essere vista sotto il profilo storico-genetico nel senso che il petitum e il titolo della causa accessoria, pur mantenendo la loro autonomia, non possono concepirsi se non come storicamente e ontologicamente fondati su quelli della causa principale, situazione processuale che non si verifica ponendo a raffronto la domanda di divorzio e quella di divisione dei beni caduti nella comunione legale.

Infatti, in questo caso non sembra lecito assegnare a quest’ultima il ruolo di domanda accessoria, in quanto sia dal punto di vista giuridico sia, soprattutto, da quello pratico, non può considerarsi meno importante rispetto alla prima. Va, poi, rilevato che non sussiste alcuna dipendenza sostanziale fra le due pretese, posto che la domanda di scioglimento della comunione legale e di divisione dei relativi beni non postula la richiesta di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ben potendo la parte chiedere la divisione dei beni (una volta passata in giudicato la sentenza di separazione) senza dovere necessariamente e contestualmente avanzare domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (Cass. civ., sez. I, 17 maggio 2005, n. 10356).

Lungo questa direzione, è stato, altresì, deciso, di recente, dal Tribunale di Milano che, ad esempio, all’interno della sentenza di scioglimento del vincolo coniugale non è ammissibile i) la domanda avanzata da parte attrice diretta ad ottenere l’accertamento dell’esistenza di una posizione di debito-credito tra i coniugi, o, ancora, ii) la domanda attrice finalizzata ad ottenere il risarcimento dei danni cagionatigli dall’altro coniuge per la cessazione del vincolo matrimoniale (sentt., sez. IX, 11 ottobre 2011 e 10 febbraio 2009); allo stesso modo è stata esclusa la possibilità del processo simultaneo per l’azione di separazione (o di divorzio), in quanto soggetta al rito camerale, con quelle di scioglimento della comunione di beni immobili e di restituzione di beni mobili, in quanto soggette al rito ordinario e connesse solo soggettivamente ai sensi dell’art. 33 c.p.c. (Trib. Monza, sez. IV, 10 luglio 2007).

Ma quali conseguenze procedurali discendono qualora siano trattate e decise congiuntamente le suindicate domande, ad esempio di divisione della casa coniugale e di cessazione degli effetti civili del matrimonio?

Questa possibilità non può essere esclusa considerato che, in analogia a quanto disposto dal comma 2 dell’art. 40 c.p.c. - a norma del quale la connessione non può essere eccepita dalle parti né rilevata d’ufficio dopo la prima udienza, e la rimessione non può essere ordinata quando lo stato della causa principale o preventivamente proposta non consenta la esauriente trattazione e decisione delle cause connesse -, nei medesimi termini può essere eccepita dalle parti e rilevata d’ufficio la mancanza di una ragione di connessione idonea, ai sensi dello stesso art. 40, comma 3, ad attrarre nel rito ordinario domande soggette l’una al rito ordinario e l’altra ad un rito speciale, diverso da quello proprio delle controversie di lavoro. Pertanto, nell’ipotesi in cui ciò non avvenga, è stato deciso che non si ha, nel caso di impugnativa di decisione relativa anche alla domanda di divisione della comunione, oltre che a quella di separazione di coniugi, un effetto espansivo del rito speciale prescritto per l’appello, con riguardo alla seconda, dalla l. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, come modificato dalla l. n. 74 del 1987, art. 8, poiché, in siffatta ipotesi, le regole del processo contenzioso ordinario prevalgono su quelle camerali, per le più ampie garanzie di contraddittorio e di difesa consentite dal dibattito in udienza. Ne consegue che la impugnazione di una sentenza di primo grado che abbia congiuntamente deciso sulle due domande, è correttamente proposta nelle forme ordinarie, e cioè con atto di citazione, mentre, quanto alla tempestività della stessa, deve aversi riguardo non già alla data di deposito della citazione notificata, ma a quella di notificazione dell’atto di citazione in appello. Di conseguenza, ove sia in discussione soltanto la domanda di divisione, in quanto sulla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio già si è formato il giudicato, correttamente l’appello deve essere proposto nelle forme del rito ordinario, dovendo la domanda di divisione essere trattata nelle forme da tale rito previste (Cass. civ., sez. I, 06 dicembre 2006, n. 26158).

Separazione coniugi cause connesse

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