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Tempi di proponibilità ed ipotetica autonomia della domanda di addebito della separazione tra coniugi.

La separazione dei coniugi: domanda di addebito della separazione

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

Nella prassi, sin dalla fase presidenziale, i difensori dei coniugi “in crisi” sono soliti predisporre atti (rispettivamente ricorso introduttivo e comparsa di costituzione) assai dettagliati, con “ricche” allegazioni documentali e richieste istruttorie e di merito specifiche, fino ad inserire, già nel primo atto giudiziale, la domanda di addebito della separazione a carico dell’altro coniuge.

In presenza di un siffatto comportamento processuale, diventa essenziale chiedersi, non tanto se sia corretto o meno, quanto, piuttosto, se il Presidente del Tribunale è competente a pronunciare, sia pure in via provvisoria, con ordinanza, in ordine alla richiesta di addebito, giungendo, per tale via, a non riconoscere l’assegno di mantenimento in favore del coniuge economicamente più debole.

Prima di affrontare il descritto quesito, giova ricordare che i giudici di legittimità hanno chiarito che l’art. 151 c.c., nel testo introdotto dalla legge 19 maggio 1975 n. 151 sulla riforma del diritto di famiglia, con il primo comma contempla la separazione giudiziale come pronuncia correlata al verificarsi, anche indipendentemente dalla volontà dei coniugi, di fatti oggettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza o rechino grave pregiudizio all’educazione della prole; con il secondo comma prevede, su richiesta delle parti, la dichiarazione di addebitabilità della separazione al coniuge che risulti aver determinato quei fatti con contegni contrari ai doveri derivanti dal matrimonio. Il coordinamento di dette disposizioni evidenzia che la declaratoria d’addebito è sollecitabile ed adottabile soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, ed inoltre integra un quid pluris che si affianca alla pronuncia di separazione, senza alterarne la natura e la consistenza, e senza delineare una diversa figura di separazione, contrapposta a quella priva di addebito; la separazione giudiziale, addebitabile o meno, è istituto unitario (Cass. civ., sez. un., 03 dicembre 2001, n. 15248). Inoltre, le sezioni unite, mediante due contemporanee sentenze (la già citata 3 dicembre 2001, n. 15248 nonché la n. 15279 del 4 dicembre 2001) hanno modificato la giurisprudenza di legittimità precedentemente orientata nel senso che la pronuncia di separazione con addebito, dando luogo all’unica pronuncia di separazione, costituisse capo unico della decisione, onde l’appello in ordine all’addebito impedisse il passaggio in giudicato della pronuncia di separazione personale, stabilendo, al contrario, che, nel giudizio appunto di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solo nell’ambito del giudizio anzidetto (il quale si configura in termini unitari) e pur restando logicamente subordinata alla pronuncia avente ad oggetto la separazione medesima, ha natura di domanda autonoma, dal momento che tale richiesta presuppone l’iniziativa di parte, soggiace alle regole ed alle preclusioni stabilite per le domande, ha una causa petendi (costituita dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio in rapporto causale con le ragioni giustificatrici della separazione, rappresentate dall’intollerabilità della prosecuzione della convivenza o dalla dannosità di questa per la prole) ed un petitum (costituito da una statuizione destinata ad incidere sui rapporti patrimoniali con la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede riservatario e di erede legittimo) distinti da quelli della domanda di separazione.

Ne consegue: i) che il giudice di merito, in applicazione dell’art. 277, c. 2, c.p.c., può limitare la decisione alla domanda di separazione, se ciò corrisponda ad un apprezzabile interesse della parte e se non sussista per la domanda stessa la necessità di ulteriore istruzione, con l’effetto della formazione del giudicato sulla pronuncia parziale di separazione non impugnata e della proponibilità, in tale ipotesi, della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonostante il protrarsi della contesa sull’addebito; ii) che, in carenza di ragioni sistematiche contrarie e di norme derogative dell’art. 329, c. 2, c.p.c., l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione ed al contempo ne abbia dichiarato (o negato) l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione, rendendo esperibile l’azione di divorzio pur in pendenza di detta impugnazione. (Cass. civ., sez. I, 10 giugno 2005, n. 12284).

Per quanto riguarda, invece, la problematica relativa a quale debba essere il primo atto difensivo del convenuto nel quale deve essere inserita la domanda di addebito della separazione, a pena di decadenza, non vi è dubbio, per quanto già ampiamente esplicitato nei precedenti paragrafi, che il primo atto difensivo sia costituito dalla comparsa di risposta depositata prima dell’udienza davanti al giudice istruttore, in virtù di quella che risulta essere l’interpretazione più rispettosa del testo dell’art. 706 c.p.c., come ridisegnato a seguito della riforma attuata con la legge n. 80/2005.

Ma che cosa accade se uno o entrambi i coniugi formulano davanti al Presidente del Tribunale richiesta di addebito della separazione? Dovrà il Presidente tenere conto di una simile domanda e, per l’effetto, provvedere su di essa?

La soluzione più appagante, che parte dall’esame dell’impianto normativo, porta ad escludere una simile facoltà, considerato che l’art. 708 c.p.c. prevede testualmente che il Presidente dia con ordinanza i “soli” provvedimenti temporanei ed urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi. E’ evidente che il fine dell’udienza presidenziale è fornire una prima regolamentazione dei rapporti del disciolto nucleo familiare, senza alcuna pretesa di approfondire problematiche che, viceversa, necessiterebbero di una cognizione non sommaria, bensì piena. A tal proposito è stato scritto che “soprattutto vi è un argomento di carattere sistematico che impone che l’addebito sia oggetto di un giudizio a cognizione piena. Secondo la linea ricostruttiva ormai assolutamente pacifica la pronuncia di addebito si fonda su un accertamento rigoroso delle cause del venir meno dell’unione coniugale e su una valutazione complessiva a tal fine del comportamento tenuto da entrambi i coniugi. E’ in altri termini necessario un accertamento complessivo e rigoroso in ordine al tema dell’addebitabilità e ciò esclude a priori che una tale valutazione possa essere demandata al Presidente in seno a una fase processuale sommaria, sfornita degli elementi per compiere tale rigorosa valutazione (F. DANOVI, Legittimazione e contraddittorio nei procedimenti di separazione e divorzio, in Famiglia, Persone e Successioni, aprile e maggio 2008.)”.

Separazione coniugi domanda addebito

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