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Separazione dei coniugi: legittimazione

Separazione dei coniugi: l’interesse ad agire, la legittimazione ad agire, la legittimazione processuale, la legittimazione ad intervenire e la capacità processuale

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

Il giudizio di separazione (così come il giudizio di divorzio) coinvolge, non solo sotto un profilo squisitamente giuridico ma anche sotto profili di carattere morale e sentimentale, diversi soggetti, tutti titolari, a svariato titolo, di interessi o di legittime aspettative ricollegabili ai procedimenti in commento.

Allo stesso tempo appare immediatamente evidente che non tutti gli accennati interessi (o aspettative) potranno trovare adeguata tutela o, comunque, idoneo ingresso, all’interno dei giudizi de quibus. Al riguardo occorre premettere che l’interesse ad agire richiede non solo l’accertamento di una situazione giuridica ma anche che la parte prospetti l’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice. In particolare, il processo non può essere utilizzato in previsione di possibili effetti futuri pregiudizievoli per l’attore senza che sia precisato il risultato utile e concreto che la parte in tal modo intende perseguire (Cass. civ., sez. III, 28 giugno 2010, n. 15255). Inoltre, è stato anche opportunamente spiegato che la legittimazione ad agire costituisce una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo, quindi, dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa che si riferisce al merito della causa investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza. Ne consegue che, a differenza della legitimatio ad causam (il cui eventuale difetto è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio), intesa come il diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, l’eccezione relativa alla concreta titolarità del rapporto dedotto in giudizio, attenendo appunto al merito, non è rilevabile d’ufficio, ma è affidata alla disponibilità delle parti e, dunque, per farla valere proficuamente, deve essere tempestivamente formulata (Cass. civ., sez. II, 27 giugno 2011, n. 14177).

Da quanto brevemente premesso, emerge che le parti dei giudizi di separazione e divorzio sono “i coniugi”, correttamente definiti “i naturali protagonisti della vicenda processuale il cui rapporto giuridico è destinato a essere modificato o estinto dalla pronuncia di separazione o di divorzio (F. DANOVI, Legittimazione e contraddittorio nei procedimenti di separazione e divorzio, in Famiglia, Persone e Successioni, aprile e maggio 2008.)”.

Problemi, invece, si pongono in relazione ad altri soggetti che ugualmente “subirebbero” gli effetti delle pronunce in discorso. Si pensi ai figli della separanda coppia; in relazione ad essi la scelta legislativa pare essere quella di escluderne la legittimazione processuale, probabilmente al fine di evitare l’emersione, nel corso del procedimento, di una conflittualità “anche” tra figli e genitori.

Stessi problemi emergono in relazione alla posizione di altri soggetti ugualmente interessati ai giudizi de quibus, in particolare gli ascendenti (i nonni) che, nella maggioranza dei casi, costruiscono, nel corso degli anni, un legame affettivo assai forte con i nipoti (i figli della coppia in crisi) e che, naturalmente, desiderano mantenere anche durante e successivamente i giudizi di separazione e divorzio.

A tale proposito, deve essere precisato che la Suprema Corte ha affrontato e risolto negativamente il problema della ammissibilità dell’intervento dei nonni o di altri familiari nel giudizio di separazione dei coniugi, osservando che oggetto del giudizio di separazione è l’accertamento delle condizioni per l’autorizzazione ai coniugi a cessare la convivenza e la determinazione degli effetti che da tale cessazione derivano nei rapporti personali e patrimoniali tra gli stessi coniugi e nei confronti dei figli: coerente con tale delimitazione dell’oggetto del giudizio è l’attribuzione della legittimazione ad agire esclusivamente ai coniugi, ai sensi dell’art. 150 c.c., e quindi la non ravvisabilità di diritti relativi all’oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel processo che possano legittimare un intervento di terzi, ai sensi dell’art. 105, c. 1, c.p.c., o di un interesse di terzi a sostenere le ragioni di una delle parti sul quale fondare un intervento ad adiuvandum ai sensi dell’art. 105, c. 2, c.p.c.. Inoltre, è stato aggiunto che il nostro ordinamento non garantisce in via immediata e diretta l’aspirazione dei nonni alla frequentazione dei nipoti, ma offre una tutela soltanto indiretta all’interesse dei parenti ad avere rapporti con i minori, mediante il riconoscimento della loro legittimazione a sollecitare il controllo giurisdizionale, ai sensi dell’art. 336 c.c., sull’esercizio della potestà dei genitori, i quali non possono senza un motivo plausibile impedire i rapporti dei figli con detti congiunti. Si è ancora osservato che la stessa tutela degli interessi dei figli minori nel processo di separazione, così come in quello di divorzio, che pure costituisce la finalità esclusiva dei provvedimenti che li riguardano, non impone il riconoscimento della loro qualità di parti processuali, essendo rimessa al Legislatore, secondo una valutazione ritenuta costituzionalmente corretta dal giudice delle leggi, la scelta degli strumenti di tutela. Ed invero la Corte Costituzionale, nel dichiarare con la sentenza n. 185 del 1986 non fondata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 30 Cost., la questione di legittimità costituzionale degli artt. 5 e 6 della legge n. 898 del 1970, e dell’art. 708 c.p.c., nella parte in cui non prevedono nelle cause di scioglimento del matrimonio la nomina di un curatore speciale al figlio minore delle parti, in ordine alla pronunzia sull’affidamento e ad ogni altro provvedimento che lo riguardi, ha chiarito che nelle leggi impugnate e nel sistema vigente gli interessi dei figli minori non rimangono senza tutela, ma sono garantiti da una serie di misure che il Legislatore ha ritenuto idonee e sufficienti.

In particolare, l’intervento obbligatorio in giudizio del pubblico ministero, tenuto ad aver cura degli interessi dei minori esercitando tutte le facoltà a lui consentite, gli amplissimi poteri istruttori del giudice, il potere del Collegio di pronunziare prescindendo dalle richieste delle parti, costituiscono strumenti di tutela degli interessi in discorso la cui adeguatezza resta riservata alla valutazione del Legislatore. Il giudice delle leggi ha, altresì, osservato che la libera scelta del Legislatore di non prevedere che il titolare di detti interessi assuma la qualità di parte del processo con la nomina di un proprio rappresentante appare, da un lato, del tutto coerente con la natura e l’oggetto dei giudizi di divorzio (così come di quelli di separazione), che non attengono né si riflettono sullo stato dei figli, dall’altro lato, non irrazionale nel raffronto con le diverse ipotesi relative ai giudizi che attengono allo status del minore, in cui è prevista la nomina di un rappresentante del medesimo, e tenuto anche conto che l’attribuzione al minore della qualità di parte del processo varrebbe ad istituzionalizzare il conflitto tra genitori e figli all’interno di quello già esistente tra i genitori.

Come è noto, la l. 8 febbraio 2006, n. 64, ha riconosciuto e valorizzato il ruolo degli ascendenti e degli altri parenti di ciascun ramo genitoriale, affermando all’art. 155, c. 1, c.c. il diritto del figlio minore di conservare, nel regime di separazione personale (o di divorzio) dei genitori, rapporti significativi con i medesimi. E’ al riguardo opportuno ricordare che la rilevanza e il valore affettivo ed educativo del vincolo che lega i nonni ai nipoti erano stati da tempo riconosciuti nella giurisprudenza della Suprema Corte, che aveva avuto occasione di affermare che l’interruzione dei rapporti fondati su tale legame familiare può trovare giustificazione soltanto in presenza di gravi e comprovate ragioni. La disciplina introdotta dalla novella richiamata non vale, tuttavia, ad incidere sulla natura e sull’oggetto dei giudizi di separazione e di divorzio e sulle posizioni e sui diritti delle parti in essi coinvolti. Va rilevato che lo stesso novellato art. 155, c. 2, c.c., demanda al giudice l’adozione dei provvedimenti relativi alla prole, per realizzare la finalità indicata dal comma 1, assumendo come esclusivo parametro di riferimento l’interesse morale e materiale della prole. Come è evidente, l’affermazione del diritto del minore a conservare rapporti significativi con i nonni e gli altri congiunti affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nella articolazione dei provvedimenti da adottare, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata, ma tale elemento attiene pur sempre all’oggetto e all’essenza dell’apprezzamento demandato allo stesso giudice, da svolgere sulla base non solo delle deduzioni delle parti, ma anche dell’apporto fornito dal pubblico ministero e degli altri elementi acquisiti d’ufficio. L’avere il Legislatore del 2006 sancito la titolarità da parte del minore del diritto alla conservazione delle relazioni affettive con i nuclei di provenienza genitoriale non è, dunque, sufficiente, in mancanza di una previsione normativa - come quella introdotta con la l. n. 149 del 2001, che ha previsto che nei procedimenti in materia di adottabilità ed in quelli di cui all’art. 336 c.c., il minore sia presente in giudizio assistito da un difensore - a ritenere che altri soggetti diversi dai coniugi siano legittimati ad essere parti. Del tutto coerentemente l’art. 155 ter c.c., introdotto dalla legge di riforma del 2006, attribuisce ai soli genitori il diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e delle eventuali disposizioni economiche che li riguardano, così come l’art. 709 ter c.p.c. fa riferimento, nel disciplinare la soluzione delle controversie in sede di separazione o di divorzio in ordine all’esercizio della potestà genitoriale o delle modalità dell’affidamento, alle controversie insorte tra i genitori, i quali, pertanto, restano gli unici soggetti cui è affidata la legittimazione sostitutiva all’esercizio dei diritti dei minori (Cass. civ., sez. I, 16 ottobre 2009, n. 22081).

E’, comunque, appena il caso di sottolineare che la giurisprudenza di merito, di recente, si sta discostando dalla suindicata impostazione di legittimità asserendo che “la domanda avanzata dai nonni nel corso del giudizio di separazione, perché sia tutelato il loro diritto a vedere i nipoti, ha natura di intervento principale nel giudizio ex art. 105, comma 1, c.p.c. per far valere un diritto relativo all’oggetto del processo, con l’ulteriore conseguenza che tale domanda fa degli ascendenti vere e proprie parti del processo (Trib. Tivoli, 23 giugno 2009).

Infine, merita un cenno la posizione del pubblico ministero, rammentando che, ai sensi dell’art. 70 c.p.c., il pubblico ministero deve intervenire, a pena di nullità rilevabile d’ufficio, nelle cause matrimoniali, comprese quelle di separazione personale dei coniugi. Al riguardo è stato sollevato “il dubbio della necessità che l’intervento del pubblico ministero si articoli con riferimento a tutti gli aspetti del giudizio e se lo stesso costituisca oggi davvero un’alternativa ai poteri di impulso del giudice considerato che, per quanto strettamente concerne i rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi, le attività nella prassi sono sovente ridotte a quelle di una sorta di spettatore passivo, mentre fa da contraltare una più attiva partecipazione (e iniziativa) dello stesso al processo in relazione alla posizione dei figli, in particolare per perseguire la tutela delle esigenze degli stessi in collaborazione con l’organo giudicante e con le strutture esterne (F. DANOVI, op. cit.)”.

Separazione coniugi legittimazione

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