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Servitù: azioni giudiziali

Actio confessoria servitutis e actio negatoria servitutis

Postato da : Redazione | dicembre 25, 2017

L’ACTIO CONFESSORIA SERVITUTIS

Il titolare del diritto di servitù può legittimamente agire in giudizio per ottenere il riconoscimento dell’esistenza del suo diritto contro chiunque ne contesti la titolarità e, per l’effetto, l’esercizio. Ne discende che può agire giudizialmente anche per far cessare tutti gli impedimenti o le turbative nonché per chiedere la rimessione delle cose in pristino, oltre al risarcimento dei danni subiti (articolo 1079 cod. civ.). In particolare, l’actio confessoria è esperibile contro chiunque si trovi in rapporto attuale con il fondo servente e contesti l’esistenza della servitù medesima.

Prima di passare all’analisi dei profili processuali dell’azione in esame, vale la pena mettere in evidenza che l’actio confessoria è nata nell’ambito del diritto romano come evoluzione dell’azione di rivendicazione. Infatti, il mezzo di tutela predisposto per la difesa delle servitutes praediorum era la vindicatio servitutis, costruito, appunto, a somiglianza della rei vindicatio. La vindicatio era, in particolare, una actio civilis con il cui esercizio era possibile affermare l’esistenza di una servitù.

Tornando ai giorni nostri, ovvero all’attuale disciplina processual-civilistica, va precisato che possono agire giudizialmente - per far cessare “impedimenti e turbative” poste in essere da chi non mette in discussione l’esistenza stessa del diritto - anche coloro che hanno semplicemente il diritto di esercitare la servitù pur non essendo titolari del relativo diritto (si pensi all’usufruttuario).

Colui che agisce in confessoria servitutis deve fornire la prova della titolarità del diritto di servitù mediante uno dei modi di costituzione o di acquisto disciplinati dagli artt. 1058 e segg. del codice civile.

La giurisprudenza di legittimità è concorde nel ritenere non sufficiente la mera sussistenza di opere visibili e permanenti, non costituendo l'esistenza di siffatti elementi un autonomo modo di acquisto di una servitù ma solo il presupposto dell'acquisto mediante usucapione o destinazione del padre di famiglia (Cass. n. 4080/1978; Cass. n. 5396/1985). La prova è a carico dell’attore quale titolo di legittimazione e fatto costitutivo delle pretese del medesimo e non (quale prova negativa) a carico del proprietario del preteso fondo servente, che si presume libero da ogni peso o limitazione. Trattandosi della esistenza di un diritto reale, neanche le ammissioni del convenuto possono dar luogo ad una inversione dell’onere della prova, rimanendo salva solo la possibilità per il giudice di avvalersi degli elementi scaturenti dalle ammissioni del convenuto nella valutazione delle risultanze della prova offerta dall'attore in actio confessoria (Cass. n. 2108/1975).

Va ulteriormente precisato che le turbative che abilitano all’esercizio delle azioni a difesa della servitù (azione confessoria e azioni possessorie) non devono consistere necessariamente in alterazioni fisiche attuali dello stato di fatto, essendo, all’uopo, sufficiente un comportamento che ponga in dubbio o in pericolo l'esercizio stesso della servitù.

Ancora, per quanto attiene alle azioni a difesa dei diritti reali di godimento (ma il discorso è estensibile per identità di ratio anche alle azioni a difesa della proprietà) la Suprema Corte ha anche avuto modo di puntualizzare che, dal momento che i diritti in questione si individuano solo in base al loro contenuto (cioè il bene che ne costituisce l’oggetto), la causa petendi si identifica con il diritto stesso e non, come al contrario accade per i diritti di credito, con il titolo che ne costituisce la fonte. Ne consegue, ad esempio, che l’allegazione nel corso del giudizio di un titolo di acquisto diverso, quale l'usucapione, rispetto a quello inizialmente dedotto non determina il mutamento della domanda e della situazione giuridica fatta valere.

Inoltre, considerato che il contenuto del diritto di servitù si concreta nel dovere del proprietario del fondo servente di astenersi da qualunque attività che abbia come risultato quello di comprimere o ridurre le condizioni di vantaggio derivanti al fondo dominante dalla costituzione della servitù stessa, quale che sia, in concreto, l'entità di siffatta compressione o riduzione e indipendentemente dalla misura dell’interesse del titolare del diritto a far cessare impedimenti e turbative del medesimo, ne consegue che non è possibile subordinare la tutela giudiziale delle servitù, come, in genere, di ogni diritto reale, all'esistenza di un concreto pregiudizio derivante dagli atti lesivi, attesa l'assolutezza propria di tali situazioni giuridiche soggettive, tutelate da ogni forma di compressione o ingerenza da parte di chiunque, con il solo limite del divieto di atti emulativi.

Sotto un profilo procedurale, con riferimento alla costituzione di una servitù coattiva di passaggio, è stato puntualizzato che quando fra il preteso fondo dominante e l’accesso alla via pubblica si frappongano più fondi, l’azione de qua deve essere proposta nei confronti di tutti i proprietari di tali fondi in qualità di litisconsorti necessari, attenendo la stessa ad un rapporto unico ed inscindibile. Infatti, è evidente che se non viene accertata anche l'esistenza di una servitù a carico del fondo “frapposto” la domanda non può essere accolta. Ne consegue che l'attore o offre la prova della non contestata titolarità della servitù di passaggio sul fondo intermedio oppure deve necessariamente citare in giudizio il proprietario di tale fondo al fine di far accertare anche nei suoi confronti l’esistenza di una servitù che costituisce il logico presupposto per l'esercizio di quella che si asserisce gravare sul fondo non contiguo al preteso fondo dominante. In questa seconda ipotesi non può parlarsi di litisconsorzio necessario in senso tecnico, considerato che l’oggetto del giudizio non è costituito dall'accertamento di un unico rapporto giuridico inscindibile con pluralità di titolari dal lato attivo o passivo, ma di due rapporti giuridici distinti, di cui uno (la servitù a carico del fondo non contiguo al preteso fondo dominante) presuppone l’esistenza dell'altro (la servitù sul fondo contiguo), la cui mancata prova comporta il rigetto della domanda (Cass. n. 8949/2000).

L’ACTIO NEGATORIA SERVITUTIS

A questo punto, dopo aver approfondito l’actio confessoria servitutis, risulta opportuno, per completezza sistematica, un breve cenno all’actio negatoria servitutis (che sarà esaminata compiutamente nel successivo capitolo relativo alle azioni a difesa della proprietà) che trova la sua puntuale disciplina nell’articolo 949 del codice civile, articolo collocato nel capo quarto, opportunamente intitolato “delle azioni a difesa della proprietà”. E’ evidente che le due azioni si contrappongono, essendo l’una il contraltare dell’altra; infatti, mentre con la prima è il titolare del diritto di servitù ad agire, con la seconda è il titolare del diritto di proprietà ad agire giudizialmente per far dichiarare l’inesistenza di diritti affermati da altri (ad esempio, un diritto di servitù) sulla sua proprietà. In siffatta ipotesi l’attore ha il solo onere di provare la proprietà del bene che si presume, come abbiamo già visto supra, libero da ogni peso o limitazione.

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