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L’articolo 1063 del codice civile stabilisce una graduatoria delle fonti regolatrici dell’estensione e dell'esercizio delle servitù, ponendo a fonte primaria il titolo costitutivo del diritto, mentre i precetti dettati dai successivi articoli, rivestono carattere meramente sussidiario

modalità di esercizio e di godimento della servitù

Postato da : Redazione | dicembre 25, 2017

In tema di servitù prediali, l’articolo 1063 del codice civile stabilisce una graduatoria delle fonti regolatrici dell’estensione e dell'esercizio delle servitù, ponendo a fonte primaria il titolo costitutivo del diritto, mentre i precetti dettati dai successivi articoli, in particolare gli artt. 1064 e 1065, rivestono carattere meramente sussidiario. Tali precetti, quindi, possono trovare applicazione soltanto quando il titolo manifesti al riguardo lacune o imprecisioni non superabili mediante l’impiego di adeguati criteri ermeneutici; ove, invece, il contenuto e le modalità di esercizio risultino puntualmente e inequivocabilmente determinati dal titolo, a questo soltanto deve farsi riferimento. Se il titolo è generico o dubbio occorre indagare la volontà delle parti, anche ricorrendo ai loro comportamenti successivi, facendo ricorso, se necessario, al criterio del minimo mezzo.

Pertanto, solo in mancanza del titolo, o per colmare eventuali lacune in esso presenti e non superabili in via interpretativa, è possibile fare riferimento ai criteri, si ripete sussidiari, previsti appositamente dal Legislatore nei successivi articoli, al fine di dirimere i possibili contrasti che possono sorgere tra i proprietari in ordine alle concrete modalità di esercizio della servitù. In particolare, è stabilito che il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne e, nel dubbio circa l’estensione e le modalità di esercizio, la servitù deve ritenersi costituita in modo tale da assicurare il bisogno del fondo dominante con il minore aggravio di quello servente, principi che vanno in concreto contemperati nell’ambito di una equilibrata valutazione comparativa delle opposte esigenze dei proprietari coinvolti. Ne consegue che, in base ai principi in tema di servitù, da un lato, il proprietario del fondo servente non può fare alcuna cosa che tenda a diminuire l'esercizio della servitù o a renderlo più incomodo (articolo 1067, secondo comma, cod. civ.) e, dall'altro, il proprietario del fondo dominante non può realizzare innovazioni che rendano più gravosa la condizione del fondo servente (articolo 1067, primo comma, cod. civ.). A tale ultimo riguardo è stato puntualmente deciso, in una vicenda avente ad oggetto un preteso aggravamento delle modalità di esercizio di una servitù di passaggio a seguito della chiusura del fondo servente mediante l’apposizione di un cancello di cui il proprietario del fondo dominante chiedeva la rimozione, che obbligo del proprietario del fondo servente è quello di garantire il passaggio e l’esercizio civiliter della servitù, non potendo il titolare di essa richiedere ulteriori sacrifici ed esborsi e, soprattutto, non essendo in potere dello stesso titolare lo stabilire il modo in cui egli ritiene più comodo esercitare la servitù e di imporne giudizialmente l’attuazione sulla base del semplice assunto che la chiusura del fondo servente arrechi pregiudizio al suo diritto, in assenza della prova dell’effettivo disagio subito.

In ogni caso, l’aggravamento dell’esercizio della servitù, operata sul fondo dominante, va verificato accertando se l’innovazione abbia alterato o meno l’originario rapporto con quello servente e se il sacrificio, con la stessa imposto, sia maggiore rispetto a quello originario, a tal riguardo valutandosi non solo la nuova opera in se stessa, ma anche con riferimento alle implicazioni che ne derivino a carico del fondo servente, assumendo in proposito rilevanza non soltanto i pregiudizi attuali, ma anche quelli potenziali connessi e prevedibili, in considerazione dell'intensificazione dell’onere gravante sul fondo anzidetto. In quest’ottica l’uso di autovetture in luogo dei carri per accedere al fondo dominante non è stato in alcun modo considerato aggravamento o modificazione della servitù ma solo una sua normale evoluzione in ragione delle mutate esigenze del trasporto da tenere inderogabilmente presente per non svuotare di contenuto il relativo diritto. La Suprema Corte ha sancito, in tema di servitù di passaggio, che può ritenersi legittimo che per le esigenze di coltivazione di un fondo, la servitù venga esercitata con mezzi di locomozione diversi da quelli originari, tenuto conto del mutamento delle colture agrarie o dei progressi della tecnica, considerato che in tali casi rimane inalterata la funzione economico-giuridica della servitù (Cass. n. 8853/2004).

In questa ipotesi non può che apprezzarsi l’interpretazione “evolutiva” fornita dalla giurisprudenza che, in via generale, mostra continuamente di comprendere l’importanza di mantenere inalterata la funzione economica e giuridica delle servitù, in concomitanza con lo sviluppo tecnologico nonché con il mutamento delle relazioni umane.

Sempre al fine di dirimere, nei limiti del possibile, ogni contrasto possa insorgere tra proprietari dei fondi dominante e servente, il Legislatore si è premurato di stabilire che, qualora sorga una controversia avente ad oggetto il possesso delle servitù, quest’ultima andrà risolta facendo riferimento alla pratica dell’anno precedente, mentre, nell’ipotesi in cui la servitù sia esercitata ad intervalli maggiori di un anno, si dovrà avere riguardo alla pratica dell’ultimo godimento (articolo 1066 del codice civile). La disposizione in esame indica i criteri che devono essere seguiti per risolvere le controversie relative alla misura ed alle modalità del possesso delle servitù e, per l’effetto, stabilisce che il criterio di determinazione del contenuto del possesso è fornito dalla pratica dell’anno precedente. Allo stesso tempo non stabilisce affatto che per qualificare come possesso la relazione di fatto col fondo che si assume servente occorra riferirsi solo alle manifestazioni di detta relazione di fatto nell’anno precedente al preteso spoglio; a tal fine, invero, occorre aver riguardo all'intera relazione di fatto, così come essa si è venuta sviluppando nel tempo, considerandosi, tra l’altro, la presunzione di possesso stabilita dal primo comma dell'articolo 1141 del codice civile.

Nell’ambito dei rapporti tra il proprietario del fondo servente e il proprietario del fondo dominante è fatto espresso divieto al primo di trasferire l’esercizio della servitù in luogo diverso da quello nel quale la stessa è stata stabilita originariamente (articolo 1068 cod. civ.), conformemente al divieto di aggravare o di diminuire l’esercizio della servitù. La regola prevede due eccezioni:

a) se l’originario esercizio diviene più gravoso per il fondo servente o se impedisce di fare lavori, riparazioni o miglioramenti, il proprietario del fondo servente può offrire al proprietario dell’altro fondo un luogo ugualmente comodo per l’esercizio dei suoi diritti, senza che quest’ultimo possa rifiutarlo;

b) allo stesso modo il proprietario del fondo dominante può ottenere il mutamento del luogo di esercizio della servitù qualora provi che il cambiamento non rechi danno al fondo servente e realizzi un “notevole” vantaggio per il fondo dominante.

Il trasferimento della servitù è istituto ontologicamente diverso rispetto alla costituzione (a titolo originario) di una nuova servitù, al posto di altra precedente nascente da un titolo contrattuale.

L’articolo 1068 c.c., prevedendo la possibilità di offrire un diverso luogo di esercizio della servitù solo nel caso in cui quello originario “sia diventato più gravoso”, richiede senz'altro il sopraggiungere di un fatto che muti la situazione risultante dal titolo o dalla determinazione originaria. A tal proposito appare opportuno mettere in evidenza che la disposizione di legge non specifica, o limita, le cause che possono determinare un aggravamento dell’originario esercizio con la conseguenza che il proprietario del fondo servente può avvalersi della facoltà che la stessa gli accorda, qualunque sia la causa che lo determina. Quindi, tale facoltà non viene meno nemmeno nell’ipotesi in cui l'aggravamento sia dovuto a fatto proprio. Per tale ragione, anche la costruzione sul fondo servente, a ridosso del punto ove si esercita una servitù di passaggio, di un fabbricato destinato ad abitazione può costituire una nuova situazione di fatto che determina la maggiore gravosità, quando i proprietari di quel fondo lamentino immissioni moleste o limitazioni al godimento del costruito immobile.

Ai sensi dell’articolo 1069 del codice civile, il proprietario del fondo dominante ha il diritto di eseguire, a sue spese (salvo che sia diversamente stabilito dal titolo o dalla legge) tutte le opere che risultano essere necessarie per conservare la servitù, purché in modo tale da arrecare il minor pregiudizio al proprietario del fondo servente. In ordine alle spese, l’ultimo comma dell’articolo in esame sancisce il criterio di proporzionalità nel riparto delle stesse qualora le opere giovino anche al fondo servente. Per meglio comprendere la portata di siffatta regola, appare opportuno fare riferimento alla servitù di passo dal momento che il passaggio, per sua stessa natura, non può che esaurire, in sé, l’utilizzo che del bene solitamente viene fatto, del tutto coincidente con l’uso che di esso compie lo stesso proprietario, titolare del fondo servente, a questa stregua effettivamente qualificabile anch’esso come utente, alla pari degli altri titolari della servitù di passaggio medesima. In questo particolare caso, dunque, l’uso da parte dei titolari del fondo dominante per nulla si distingue da quello al pari fattone dal titolare del fondo servente. Se ne deve dedurre che, mentre, di frequente, sul piano dell’efficacia, il diritto di servitù gode di un contenuto più ampio ed effettivo rispetto allo stesso diritto di proprietà, in questo caso specifico la discrasia con la posizione del proprietario sia solo apparente, ed il contenuto dei diritti coincida, in quanto lo stesso proprietario usa a sua volta e nello stesso modo, rispetto al titolare del diritto di passaggio, del transito sulla medesima strada. Tale rilievo deve, allora, implicare, in via fattuale, la necessaria declinazione di principi di equità sostanziale e bilanciamento degli interessi complessivi, quelli, cioè, previsti dalla norma che disciplina le modalità di conservazione della cosa utilizzata. La preponderante effettività del diritto appare, invero, in presenza di una simile servitù, riconducibile non solo al titolare della servitù di passaggio ma, in ugual modo, anche al proprietario ed a tutti gli altri titolari di servitù di analoga portata, e impone, pertanto, che la maggiore gravosità sia regolata da adeguati meccanismi di compensazione economica. Se i titolari di servitù di passaggio sono più d’uno, dovrà perciò ritenersi che tutti siano tenuti al diretto e fattivo mantenimento del bene ex articolo 1069 del codice civile, così come non potrà che esservi tenuto il medesimo titolare del fondo servente, che di tale fondo compia l’identico uso effettuato dal titolare del fondo dominante. Il criterio della diversa distribuzione degli oneri segue, perciò, il particolare giovamento in concreto, non già l’utilizzo in generale che della servitù venga fatto. E’ previsto, infatti, che ciò accada quando le opere giovino al fondo servente, e ciò non potrà che valere anche nel caso in cui sia il proprietario a giovarsi anch’esso della servitù.

Invero, la caratterizzazione della servitù è tale da valorizzare le potenzialità del bene in via esclusiva, restando del tutto indifferente un profilo di vera e propria appartenenza comune del bene asservito. Non si ha, dunque, una comunione, in via analogica, ex artt. 1123- 1126-1126 cod.civ., ma un regime comune di gestione delle spese, parametrato al solo godimento effettivo, principio che regola l’ambito dei diritti di servitù. Inoltre, va ritenuto che la previsione della “attiva collaborazione” sottesa alla norma, non possa, di per sé, riferirsi ad un facere specifico, ma, in ogni caso, involge un onere diretto a sopportare ed affrontare le spese, e non soltanto il diritto ad un mero rimborso, che corrisponderebbe, invece, ad un indiretto onere creditorio. Il rispetto del tenore letterale dell’art. 1069, terzo comma, del cod. civ. non impone necessariamente l’obbligo dell’esecuzione materiale, bensì, certamente, il correlativo obbligo, ricompresovi implicitamente, del sostenimento diretto delle spese manutentive. Ciò consente di individuare, in ossequio a generali principi di equità, una fattispecie atipica, non direttamente disciplinata dal Legislatore, che implica una forma di partecipazione collettiva all’attività di conservazione della servitù, di cui tutti i soggetti si giovano. La suesposta ricostruzione implica la diretta partecipazione ai lavori insiti nella conservazione del mero stato di fatto che consente di mantenere la servitù, e, dunque, soltanto un obbligo di eseguire i lavori di ordinaria manutenzione, quelli, cioè, strettamente indispensabili ad un corretto uso della stessa (Corte di Appello di Genova, sent. 05/01/2011).

Infine, risulta opportuno approfondire il disposto dell’articolo 1071 del codice civile che detta il principio dell’indivisibilità delle servitù stabilendo, in caso di frazionamento del fondo dominante (primo comma), la permanenza del diritto, salve le ipotesi di aggravamento della condizione del fondo servente, a favore di ciascuna delle porzioni del fondo dominante. Tale effetto si determina ex lege e, pertanto, non richiede, come è stato evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, alcuna espressa menzione negli atti traslativi attraverso i quali si realizza la divisione del fondo dominante; per tale ragione, nel silenzio delle parti, in assenza di espresse clausole escludenti o limitanti il diritto reale di servitù, lo stesso continua a gravare sul fondo servente, nella medesima precedente consistenza, a favore di ciascuna di quelle già componenti l'originario unico fondo dominante, ancora considerato alla stregua di un unicum ai fini dell'esercizio della servitù, anche se le singole parti appartengano a diversi proprietari, a nulla rilevando se alcune di queste, per effetto del frazionamento operato, vengano a trovarsi in posizione di non immediata contiguità con il fondo servente. Il secondo comma precisa che se il fondo servente viene diviso e la servitù ricade su una parte determinata del fondo stesso, le altre parti sono liberate (Cass. n. 2168/2006).

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