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Servitù di passaggio coattivo

Servitù di passaggio coattivo

Postato da : Redazione | dicembre 25, 2017

Ai sensi dell’articolo 1051 del cod. civ., il proprietario, il cui fondo è circondato da fondi altrui, e che non ha uscita sulla via pubblica né può procurarsela senza eccessivo dispendio o disagio, ha diritto di ottenere il passaggio sul fondo vicino per la coltivazione e il conveniente uso del proprio fondo. Il passaggio si deve stabilire in quella parte per cui l’accesso alla via pubblica è più breve e riesce di minore danno al fondo sul quale è consentito.

Già dalla lettura della prima parte dell’articolo de quo si ha conferma dei principi già analizzati, relativamente ai rapporti che devono caratterizzare il fondo dominante e quello servente, in ordine alle modalità di esercizio e godimento delle servitù in generale, tanto più che la disposizione normativa continua puntualizzando, ancora una volta, che occorre avere “riguardo al vantaggio del fondo dominante e al pregiudizio del fondo servente”. Quanto finora detto vale anche nel caso in cui il proprietario del fondo abbia un accesso alla via pubblica che, però, si presenta inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non possa essere ampliato. A tale ultimo riguardo il secondo comma dell’articolo 1052 prevede(va) che il passaggio può essere concesso dall’autorità giudiziaria solo quando questa riconosce che la domanda risponde alle “esigenze dell’agricoltura o dell’industria”. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 167 del 10 maggio 1999, ha affermato che il comma de quo è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevede che il passaggio coattivo di cui al primo comma possa essere concesso dall'autorità giudiziaria quando questa riconosca che la domanda risponde alle esigenze di accessibilità - con particolare riguardo alla legislazione relativa ai portatori di "handicap" - degli edifici destinati comunque ad uso abitativo, per violazione degli articoli 2, 3, secondo comma, 32 e 42, secondo comma, della Costituzione. Infatti, considerato che, con tale disposizione, il Legislatore, per il caso di fondo non intercluso, ha inteso ricollegare la costituzione della servitù coattiva di passaggio alla sussistenza in concreto di un interesse generale, all'epoca identificato nelle esigenze dell'agricoltura o dell'industria, al quale rimane estraneo ogni rilievo relativo alle esigenze abitative, pure se riferibili a quegli interessi fondamentali della persona la cui tutela è indefettibile, l'omessa previsione della esigenza di accessibilità della casa di abitazione lede il principio personalista che ispira la Carta costituzionale e che pone come fine ultimo dell'organizzazione sociale lo sviluppo di ogni singola persona umana. Inoltre, la norma denunciata, impedendo od ostacolando la socializzazione dei portatori di handicap, comporta anche una lesione del fondamentale diritto di costoro alla salute psichica, la cui tutela deve essere di grado pari a quello della salute fisica. Né, d'altronde, la previsione della servitù in parola può trovare ostacolo nella garanzia accordata al diritto di proprietà dall’articolo 42 della Costituzione, dal momento che il peso che in tal modo si viene ad imporre sul fondo altrui può senz'altro annoverarsi tra quei limiti della proprietà privata determinati dalla legge, ai sensi della citata norma costituzionale, allo scopo di assicurarne la funzione sociale. Giova ancora mettere in evidenza che la portata della pronuncia del Giudice delle leggi non può essere limitata alla sola eventualità dell’accertata esistenza, in capo al richiedente la servitù coattiva, di una situazione di disabilità. Siffatta limitazione è espressamente esclusa dai giudici di palazzo della Consulta. Infatti, si legge nella decisione in esame, che avverso l'affermata incostituzionalità della norma denunciata non vale opporre che l'accessibilità propria degli edifici abitativi farebbe riferimento alla persona dei proprietari più che ad una qualitas fundi, cosicché difetterebbe, nella specie, il carattere della predialità proprio delle servitù. La legislazione in tema di eliminazione delle barriere architettoniche ha configurato la possibilità di agevole accesso agli immobili anche da parte di persone con ridotta capacità motoria come requisito oggettivo quanto essenziale degli edifici privati di nuova costruzione, a prescindere dalla loro concreta appartenenza a soggetti portatori di handicap, mentre dottrina e giurisprudenza hanno, per altro verso, chiarito come la predialità non sia certo incompatibile con una nozione di utilitas che abbia riguardo, specie per gli edifici di civile abitazione, alle condizioni di vita dell'uomo in un determinato contesto storico e sociale, purché detta utilitas sia inerente al bene così da potersi trasmettere ad ogni successivo proprietario del fondo dominante (Cass. n. 2150/2009).

Ancora, il terzo comma dell’articolo 1051 prevede l’ipotesi della necessità di dover ampliare un passaggio già esistente sul fondo altrui per consentire il transito dei veicoli, anche a trazione meccanica.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, la necessità di ampliare un passaggio coattivo, deve essere collegata all'esigenza del fondo dominante, non in base a criteri astratti o ipotetici (come, ad esempio, la mera natura agricola del fondo), ma con riguardo alle possibilità concrete di un più intenso sfruttamento o di una migliore sua utilizzazione e, quindi, anche subordinatamente all'accertamento di un serio proposito del proprietario, risultante da fatti concreti e non da mere intenzioni manifestate, di attuare tale più intenso sfruttamento e tale migliore utilizzazione (Cass. n. 382/2010).

In tutte queste ipotesi è, comunque, dovuta in favore del proprietario del fondo servente una indennità proporzionata al danno cagionato dal passaggio (articolo 1053, primo comma). Inoltre, qualora per attuare il passaggio sia necessario occupare con opere stabili o lasciare incolta una zona del fondo servente, il proprietario che lo domanda deve, prima di porre in essere le opere o di iniziare il passaggio, pagare il valore della zona anzidetta secondo i criteri che abbiamo già analizzato quando abbiamo trattato la servitù coattiva dell’acquedotto.

Il riconoscimento dell'indennità deve essere oggetto di una specifica domanda giudiziale che, ovviamente, può essere proposta anche in un separato giudizio.

Se il fondo diventa chiuso da ogni parte per effetto di alienazione a titolo oneroso – o a seguito di divisione – il proprietario ha diritto di ottenere dall’altro contraente il passaggio senza alcuna indennità (articolo 1054 del cod. civ.).

Secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di interclusione di fondo per effetto di alienazione, quando sussiste la possibilità di rivolgersi al venditore per ottenere il passaggio coattivo senza indennità, il proprietario del fondo intercluso non può, rinunziando a tale beneficio, rivolgersi ad altro confinante e chiedere il passaggio pagando l'indennità (Cass. n. 396/1974; Cass. n. 5125/1999). Non vi è dubbio, peraltro, che tale diritto di accesso senza spese, di cui all'articolo 1054 cod. civ., riconosciuto a favore del proprietario del fondo rimasto intercluso a seguito di alienazione a titolo oneroso, ricomprenda anche altre ipotesi d'interclusione, come, ad esempio, quella conseguente ad esproprio.

Il diritto dell'acquirente di un immobile, che venga con la sua vendita separato da una proprietà di maggiore consistenza e che risulti, dopo tale separazione, intercluso, di ottenere la costituzione coattiva e gratuita di una servitù di passaggio sulla residua proprietà dell'alienante, può farsi valere soltanto nei confronti dell'alienante e dei suoi eredi, non anche nei confronti degli aventi causa a titolo particolare dell'alienante (Cass. n. 5796/2005). Al contrario, spetta a chi sia stato convenuto in giudizio per la costituzione della servitù di passaggio coattivo l'onere di dimostrare che la dedotta interclusione esiste in astratto, ma non in concreto perché il fondo che si pretende intercluso gode già di un passaggio che consente l'accesso.

Sotto un profilo procedurale è stato stabilito (Cass. n. 10331/1998 e Cass. n. 10045/2008) che nella controversia per la costituzione di una servitù di passaggio coattivo, qualora l’interclusione del fondo sia tale da consentire più soluzioni per l'uscita sulla via pubblica ed il proprietario del fondo intercluso convenga in giudizio il proprietario di uno solo dei fondi circostanti, non è necessaria l'integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri proprietari atteso che il giudice adito deve limitarsi ad accertare se sussistano o meno le condizioni richieste per l'asservimento del terreno indicato dall'istante.

Va, comunque, puntualizzato che non può dirsi precluso rispetto alla pubblica via, ai fini della costituzione della servitù coattiva di passaggio, la parte di un fondo che sia collegabile alla pubblica via attraverso la residua parte dello stesso fondo, a nulla rilevando che l’interclusione della prima parte derivi dalla divisione materiale del fondo, poiché, in tal caso, all’interclusione può porre fine l'unico proprietario del fondo, ristabilendo il collegamento alla pubblica via della parte rimasta interclusa, attraverso la parte non interclusa (Cass. n. 177/2003).

Inoltre, l’assunto secondo cui il terreno debba essere preso in considerazione unitariamente, ai fini di verificare l'esistenza dell’interclusione, è corretto, purché, dal punto di vista naturale, il terreno abbia una conformazione che consenta di ritenere ciascuna parte del fondo facilmente accessibile l'una dall'altra; e ciò qualunque sia la destinazione economica di ogni parte. In tal caso, infatti, ove il fondo non fosse considerato unitariamente, ma per parti separate, in presenza di un accesso esistente alla via pubblica, la richiesta di costituzione di un passaggio coattivo, anche se connessa ad una diversa destinazione economica delle distinte parti del fondo, si risolverebbe nel reclamare l'imposizione di un peso a carico del fondo altrui, dettato da prevalenti ragioni di comodità, atteso che il passaggio dall'una parte all'altra del terreno non sarebbe ostacolata da alcunché. Viceversa, quando tale accessibilità non esiste perché, ad esempio, il dislivello fra la parte superiore del fondo e la parte sottostante del fondo, posta a livello inferiore, rende tale parte oggettivamente non facilmente accessibile all'altra, la considerazione unitaria del fondo non può non venir meno, perché l'ostacolo naturale, in realtà, separa quella parte del fondo dall'altra, cioè lo divide idealmente in due parti distinte. Ne consegue che, al fine di consentire o meno la costituzione di una servitù coattiva di passaggio carrabile sul fondo altrui, l'esame deve necessariamente spostarsi sulla verifica della possibilità di collegare la parte separata del fondo, all'altra, accertando se tale collegamento può conseguirsi senza eccessivo dispendio o disagio; e solo ove tale verifica ed accertamento abbiano esito negativo, la costituzione della servitù coattiva di passaggio può ritenersi consentita (Cass. n. 18372/2004).

Se, invece, il passaggio cessa di essere necessario - perché viene meno l’interclusione – la servitù coattiva può essere soppressa in qualunque tempo su istanza del proprietario del fondo dominante o del fondo servente. Quest’ultimo dovrà restituire il compenso ricevuto ma l’autorità giudiziaria potrà disporre una riduzione della somma da restituire tenuto conto i) della durata della servitù e ii) del danno sofferto (articolo 1055 cod. civ.). Dalla chiara formulazione della disposizione, prevedente una pronunzia di carattere costitutivo, a seguito di accertamento da parte del giudice, subordinato all'iniziativa processuale di almeno una delle parti interessate, la giurisprudenza di legittimità ha desunto il principio secondo il quale il venir meno dell’interclusione del fondo dominante, che aveva determinato la costituzione della servitù coattiva (o anche convenzionale, ma in presenza dei presupposti di cui all'articolo 1051 cod. civ.), non opera automaticamente, neppure nei casi di titolo convenzionale, richiedendo sempre una sentenza emessa su istanza di parte, i cui effetti si producono ex nunc; pertanto, non è sufficiente, per paralizzare l’actio confessoria diretta all’accertamento della sussistenza e difesa di una servitù coattiva, sia pur convenzionalmente costituita, una semplice eccezione, ma occorre un'espressa domanda riconvenzionale, che è inammissibile ove sia stata proposta per la prima volta in grado di appello (Cass. n. 11955/2009). Tra l’altro, la causa estintiva prevista dall'articolo 1055 cod. civ. opera con riguardo ad ogni servitù che si ricollega ai presupposti del passaggio coattivo, secondo il disposto dell'articolo 1051 cod. civ., anche se sia stata convenzionalmente costituita.

Il tema della servitù di passaggio coattivo rimanda inevitabilmente alla problematica, già analizzata, relativa alle servitù apparenti. In questa sede vale la pena ribadire che il mero passaggio tra i fondi, realizzato con la semplice copertura con terra di qualche tubo posto nell'alveo del fosso, non può ritenersi opera significativa ai fini della specifica destinazione all'esercizio di una servitù di passaggio.

Il requisito dell'apparenza della servitù, come abbiamo già visto, richiede la sussistenza di opere inequivocamente destinate all'esercizio della servitù stessa; in particolare, con riguardo alla servitù di passaggio, anche se è sufficiente ad integrare l'apparenza l'esistenza di un sentiero formatosi per effetto del calpestio, occorre che, dal suo tracciato o da altra opera o segno di raccordo su di esso esistente, si possa desumere, senza incertezze e ambiguità, la sua funzione di accesso al fondo dominante attraverso il fondo servente e che l'opera esiste anche, se non esclusivamente, in funzione dell'utilità del fondo dominante.

In conclusione, la servitù in commento consiste nel tollerare che il proprietario del fondo dominante attraversi il fondo servente per giungere al proprio con la conseguenza che l’utilitas è costituita, appunto, dalla possibilità di raggiungere il proprio fondo mediante l’attraversamento di fondi altrui.

Per tale ragione la Suprema Corte ha ritenuto opportuno chiarire che l'uso della striscia asservita per manovrare e parcheggiare le auto, per farvi giocare i figli, per accudire ai rosai, per opere di manutenzione, ecc., sono tutte attività che non hanno nulla a che vedere con l'esercizio di un passaggio, cioè di un mezzo per giungere al proprio fondo attraversando il fondo altrui; inoltre, è stato ancora deciso che la possibilità di raggiungere la via pubblica attraverso un fondo di terzi non risultante a tal fine asservito e, quindi, mediante un varco di fortuna ed incomodo, conferma che si è in presenza di vantaggi non inerenti al fondo dominante ma, al contrario, esclusivamente personali non concretanti la titolarità di un diritto reale (Cass. n. 6740/1986).

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