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Inadempimento e squilibrio patrimoniale. Il pactum de non petendo

Postato da : Redazione | dicembre 24, 2017

L’inadempimento e lo squilibrio patrimoniale

L’art. 5 l.f., al primo comma, statuisce che “l’imprenditore che si trova in stato d’insolvenza è dichiarato fallito”; al secondo comma viene chiarito che “lo stato d’insolvenza si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni”.

Ne consegue che lo stato di insolvenza rappresenta il presupposto oggettivo della dichiarazione di fallimento, in aggiunta a quello soggettivo, disciplinato dall’articolo 1 l.f..

Inoltre, dalla lettura dell’art. 5 emerge che l’insolvenza non deve essere confusa né con l’inadempimento né con lo squilibrio patrimoniale; questi ultimi sono dei meri sintomi rilevatori dello stato di decozione dell’imprenditore, ma, singolarmente considerati, non possono condurre ad una dichiarazione di fallimento.

Non è superfluo rimarcare che il legislatore, in più disposizioni normative, adopera l’espressione “fatti esteriori”, locuzione che, tra l’altro, compare anche in diverse pronunce dei giudici, sia di merito che di legittimità. Al riguardo è stato argutamente sottolineato che il presupposto oggettivo del fallimento non è lo stato di insolvenza, bensì è “la manifestazione dello stato di insolvenza”. A conferma dell’assunto, è stato scritto che il legislatore, all’articolo 5 l.f., adopera l’espressione “si manifesta” “con riferimento allo stato di insolvenza per significare che tale stato non ha rilevanza in sé e per sé in quanto esista, ma in quanto vi siano manifestazioni esteriori di esso (TEDESCHI, Manuale del nuovo diritto fallimentare, Padova, 2006).

Emerge che la fattispecie dell’insolvenza ha un rilievo esclusivamente oggettivo e, per l’effetto, prescinde dalle cause che l’hanno determinata. L’imprenditore commerciale, quindi, è soggetto a fallimento anche se le cause dell’insolvenza non gli siano imputabili.

Il pactum de non petendo

Il pactum de non petendo è una forma di accordo finalizzato alla dilazione dei crediti e assume rilevanza, ai fini dell’imprenditore, nella misura in cui può attuare il ripristino del necessario equilibrio della situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa e, se non vi abbiano prestato adesione tutti i creditori, quando risulti ugualmente idoneo a rimuovere lo stato di incapacità di adempiere, tenuto conto delle posizioni creditorie residue estranee all’accordo.

E’ stato osservato che “esso ha posto in passato, e pone ancora oggi, il problema della sua rilevanza ai fini dell’accertamento dell’insolvenza dell’imprenditore, specie quando abbia concorso all’accordo soltanto una parte dei creditori. Solitamente per la soluzione del problema si considerano l’idoneità quantitativa dei debiti residui ad evidenziare l’attualità del dissesto e l’eventuale insufficienza dei medesimi a giustificare l’apertura del procedimento fallimentare” (PARISI S., Lo stato di insolvenza quale presupposto per la dichiarazione di fallimento, in La nuova giurisprudenza civile commentata, n. 6/1996).

A tale proposito si è stabilito che “va, innanzi tutto, rilevato al riguardo che il pactum de non petendo o ut minus solvatur (nella forma di accordo finalizzato alla dilazione dei crediti di finanziamento bancario, secondo i limiti temporali propri della struttura dell’operazione economica finanziata) non attiene concettualmente alla genesi dell’insolvenza, ma alla sua stessa esistenza, in quanto incide direttamente sull’inadempienza, nel senso della sua esclusione, e si riflette, quindi, necessariamente sulla sussistenza dello stato imprenditoriale di decozione (Cass. citata 1439-1990). In secondo luogo, quel patto assume in astratto una funzione essenziale ai fini dell’accertamento dell’insolvenza nella misura in cui può attuare il ripristino del necessario equilibrio tra situazione patrimoniale e situazione finanziaria dell’impresa (ancora Cass. citata). In terzo luogo, la rilevanza del patto solutorio deve essere riconosciuta, in linea di principio, anche a fronte di un coinvolgimento parziale del ceto creditorio (come conseguenza dell’intervento del solo ceto bancario), rimanendo, in tal caso, la possibilità dell’insolvenza circoscritta alle altre situazioni debitorie estranee al patto e, a loro volta, scadute e non soddisfatte a termine” (Cass. civ., sez. I, 09 maggio 1992, n. 5525).

E’ evidente, dunque, che la mancata osservanza del patto da parte, ad esempio, del solo ceto bancario, determina a carico dell’imprenditore una situazione di impotenza economica non transitoria, con conseguente dichiarazione di fallimento.

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