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Tribunale fallimentare: competenza e poteri

Tribunale fallimentare: competenza, poteri e conflitti positivi e negativi di competenza

Postato da : Redazione | dicembre 24, 2017

La competenza territoriale

Ai sensi dell’articolo 9 l.f., primo comma, il fallimento è dichiarato dal Tribunale del luogo dove l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa. Emerge immediatamente quanto sia importante chiarire la nozione di “sede principale” dell’impresa, dal momento che corrisponde all’unico criterio preso in considerazione dal legislatore al fine di individuare l’organo giudiziario territorialmente competente.

Prima, però, appare utile premettere che per il principio della perpetuatio iurisdictionis (art. 5 c.p.c.), momento determinante ai fini della individuazione del giudice competente è quello della proposizione (id est: deposito in Cancelleria) dell’istanza (ricorso o richiesta) di fallimento, onde quella che rileva è la sede del debitore a tale data, restando irrilevante ogni successivo trasferimento.

Ritornando al tema della competenza territoriale, è bene precisare che secondo la costante giurisprudenza di legittimità la sede principale o “effettiva” dell’impresa si presume coincidente con la sede legale, fino a quando non risulti dimostrato il contrario. Per sede effettiva deve intendersi il centro dell’attività direttiva, amministrativa, organizzativa dell’impresa e di coordinamento dei fattori produttivi, senza che rilevi il luogo di ubicazione dei fattori di produzione, qualora non coincida con quello in cui si svolge l’attività organizzativa e amministrativa. Anche la giurisprudenza di merito ha chiarito che la disposizione che individua il criterio della competenza fallimentare nel luogo ove vi è l’effettivo centro direttivo dell’impresa trova ragione nell’esigenza che la procedura fallimentare si svolga nel luogo ove vi è l’effettivo radicamento territoriale dell’impresa, perché tutti i rapporti contrattuali e tutte le vicende attinenti alla vita dell’impresa necessariamente nascono e si sviluppano ove è il centro direttivo della stessa.

Inoltre, il secondo comma del citato articolo 9, introdotto dalla riforma di cui al d.lgs. n. 5/2006, stabilisce che “il trasferimento della sede intervenuto nell’anno antecedente all’esercizio dell’iniziativa per la dichiarazione di fallimento non rileva ai fini della competenza”; la ratio che ha ispirato la disposizione è chiara ed è quella di evitare il c.d. forum shopping, cioè quelli che la dottrina ha definito gli “spostamenti maliziosi” per disorientare i creditori; la giurisprudenza ha da tempo affrontato il problema orientandosi nel senso che il trasferimento della sede legale, in prossimità temporale della dichiarazione di fallimento, non comporta uno spostamento automatico della competenza se non si raggiunga la prova che a esso si sia accompagnato anche un trasferimento effettivo dell’impresa; in difetto di tale prova opera, dunque, la presunzione di coincidenza della sede effettiva con quella legale precedente al trasferimento (ex multis Cass. 14462/05, 4782/05, 1489/05, 4206/03, 6693/02); tuttavia, la previsione del novellato comma 2 dell’art. 9 sembrerebbe stabilire una presunzione assoluta di coincidenza fra sede effettiva e sede legale anteriore al trasferimento, ciò anche quando il trasferimento della sede legale si accompagni a un effettivo trasferimento del centro direttivo dell’impresa e anche quando il trasferimento comporti il sopravvenire della coincidenza fra sede legale e sede effettiva, con ciò venendo a creare un criterio di competenza derogatorio rispetto all’art. 9, comma 1, in forza del quale la sede effettiva rileva ai fini della competenza solo se sia tale da oltre un anno, mentre in caso di minor termine la competenza rimane radicata presso il Tribunale ove era la precedente sede (anche se non più effettiva). Siffatta interpretazione assolutistica non deve essere condivisa, perché contrastante con la ratio che ha presieduto alla formazione della disposizione, chiaramente volta a evitare i trasferimenti strumentali della sede legale. Infatti, la disposizione deve essere interpretata nell’alveo della giurisprudenza formatasi sulla competenza territoriale per la dichiarazione di fallimento, apparendo anche una forzatura che a dichiarare il fallimento sia il Tribunale del luogo ove l’impresa da tempo ha, ormai, cessato il principale radicamento territoriale (con l’effetto deleterio di determinare, questa volta per legge, proprio il disorientamento dei creditori che la disposizione era volta a prevenire). Ne consegue che il secondo comma deve essere interpretato non come criterio di competenza alternativo a quello di cui al primo comma, ma come una specificazione consequenziale: a) il primo comma individua il criterio generale della competenza secondo la sede effettiva; b) il secondo comma individua una presunzione di non coincidenza fra sede effettiva e sede trasferita entro l’anno precedente alla domanda; c) nel caso, però, che risulti che presso la sede trasferita vi sia anche la sede effettiva, il criterio da applicare per la competenza rimane quello generale di cui al primo comma, con radicamento della competenza presso il Tribunale della sede trasferita (T. Tivoli, 02 aprile 2008).

Il conflitto di competenza.
a) Il conflitto negativo di competenza.

Il legislatore, mediante il più volte menzionato d.lgs. n. 5/2006, ha introdotto due nuove disposizioni al fine di disciplinare compiutamente i conflitti di competenza che sorgono allorché due o più Tribunali neghino o, al contrario, affermino la propria competenza in ordine al medesimo soggetto, in tal modo realizzando anche l’obiettivo di accrescere l’autonomia della legge fallimentare dalle disposizioni contenute nel codice di procedura civile.

In particolare, l’articolo 9 bis l.f. dispone che “il provvedimento che dichiara l’incompetenza è trasmesso in copia al Tribunale dichiarato incompetente, il quale dispone con decreto l’immediata trasmissione degli atti a quello competente. Allo stesso modo provvede il Tribunale che dichiara la propria incompetenza. Il Tribunale dichiarato competente, entro venti giorni dal ricevimento degli atti, se non richiede d’ufficio il regolamento di competenza ai sensi dell’articolo 45 del codice di procedura civile, dispone la prosecuzione della procedura fallimentare, provvedendo alla nomina del Giudice Delegato e del Curatore. Restano salvi gli effetti degli atti precedentemente compiuti. Qualora l’incompetenza sia dichiarata all’esito del giudizio di cui all’articolo 18, l’appello, per le questioni diverse dalla competenza, è riassunto, a norma dell’articolo 50 del codice di procedura civile, dinanzi alla Corte di Appello competente. Nei giudizi promossi ai sensi dell’articolo 24 dinanzi al Tribunale dichiarato incompetente, il giudice assegna alle parti un termine per la riassunzione della causa davanti al giudice competente ai sensi dell’articolo 50 del codice di procedura civile e ordina la cancellazione della causa dal ruolo”. A tal proposito, il richiamato articolo 45 c.p.c. stabilisce che il giudice, davanti al quale sia stata riassunta la causa, se ritiene a sua volta di essere incompetente, può richiedere d’ufficio il regolamento di competenza.

Preliminarmente deve essere ricordato che la competenza del Tribunale Fallimentare, in cui è sita la sede principale dell’impresa, è funzionale e inderogabile; se così non fosse si farebbe derivare l’individuazione del Tribunale Fallimentare non dall’applicazione del criterio previsto dall’art. 9 l.f. bensì da altri criteri, certamente non ammissibili in quanto normativamente non previsti.

Quindi, a seguito dell’intervento riformatore, il Tribunale dichiarato competente ha due strade da percorrere: i) disporre la prosecuzione della procedura fallimentare davanti a sé nominando, di conseguenza, il Giudice Delegato e il Curatore, ovvero ii) entro venti giorni dal ricevimento degli atti richiedere d’ufficio il regolamento di competenza.

Per quanto riguarda, invece, la sorte degli atti compiuti dal Tribunale “incompetente”, è sancita espressamente la salvezza degli effetti (comma III).

A seguito della proposizione officiosa del regolamento di competenza, ai sensi dell’articolo 48 c.p.c., il procedimento è sospeso e il giudice può autorizzare solo il compimento degli atti urgenti.

Un interrogativo che emerge a seguito della riforma, concerne l’ammissibilità o meno, nel mutato quadro normativo, del regolamento di competenza ad istanza di parte. Parte della dottrina ritiene che il legislatore, nel prevedere espressamente il solo regolamento di competenza di ufficio, abbia inteso “eliminare” il regolamento ad istanza di parte, in tal modo attribuendo al giudice, e a nessun altro, il potere di adire la Corte di Cassazione al fine di dirimere i conflitti (positivi o negativi) di competenza. Probabilmente, così operando, si è voluto anche superare la possibilità di un uso strumentale e distorto del meccanismo in esame, ovvero la possibilità che il regolamento di competenza di parte potesse essere proposto solo a fini dilatori, in virtù della già accennata sospensione del processo ex art. 48 c.p.c., escluso, naturalmente, il compimento degli atti urgenti autorizzati dall’organo giudiziario.

b) Il conflitto positivo di competenza.

Il successivo articolo 9 ter si premura di disciplinare il conflitto positivo di competenza (non a caso così è rubricato l’articolo in commento) sancendo che “quando il fallimento è stato dichiarato da più Tribunali, il procedimento prosegue avanti al Tribunale competente che si è pronunciato per primo. Il Tribunale che si è pronunciato successivamente, se non richiede d’ufficio il regolamento di competenza ai sensi dell’articolo 45 del codice di procedura civile, dispone la trasmissione degli atti al Tribunale che si è pronunziato per primo. Si applica l’articolo 9 bis, in quanto compatibile”.

Il legislatore della riforma, dunque, ha codificato la regola della “prevenzione”, in virtù della quale è il Tribunale che si pronuncia per primo a essere competente a dichiarare il fallimento; solo nell’ipotesi in cui il secondo Tribunale ritenga non sussistente la competenza del primo, esso investirà, d’ufficio, della questione la Suprema Corte che deciderà, in via definitiva, a chi spetti la competenza territoriale nel caso concreto.

E’ chiaro che il conflitto de quo può sorgere sia perché sussistono più Tribunali competenti per la dichiarazione di fallimento, ciascuno dei quali attivati a norma degli articoli 6 e 7 l.f., sia perché un Tribunale incorra in errore nel valutare la propria competenza in materia. Quanto al primo profilo, tre sono le ipotesi in cui si può concretamente verificare un conflitto di competenza: i) quando un soggetto eserciti più attività imprenditoriali di natura commerciale in luoghi diversi; ii) quando un soggetto sia socio illimitatamente responsabile di più società dichiarate fallite; iii) quando un soggetto sia imprenditore individuale insolvente nonché socio illimitatamente responsabile di società dichiarata fallita (Vanzetti M., Pluralità di dichiarazioni di fallimento nei confronti di un medesimo soggetto: la disciplina dettata dall’art. 9 ter l. fall.).

Si ha, invece, “conflitto di competenza virtuale”, che pur ricade nell’ambito operativo dell’art. 9 ter, allorché “pendente un fallimento nei confronti di un determinato soggetto, venga proposta a un diverso Tribunale l’istanza per la dichiarazione di fallimento del medesimo soggetto, e il Tribunale adito, da un lato, si renda conto della previa pendenza di una diversa procedura fallimentare e, dall’altro lato, non riconoscendo la competenza del Tribunale che già si è pronunciato, si ritenga competente al riguardo, senza tuttavia arrivare a pronunciare una seconda sentenza dichiarativa”(Vanzetti M., Pluralità di dichiarazioni di fallimento nei confronti di un medesimo soggetto: la disciplina dettata dall’art. 9 ter l. fall.).

I poteri e la competenza del Tribunale Fallimentare

Il Tribunale che ha dichiarato il fallimento è investito dell’intera procedura fallimentare. In particolare, provvede alla nomina e alla revoca o sostituzione, per giustificati motivi, degli organi della procedura, quando non è prevista la competenza del Giudice Delegato; può, in ogni tempo, sentire “in camera di consiglio” il Curatore, il fallito e il Comitato dei Creditori; decide le controversie relative alla procedura stessa che non sono di competenza del Giudice Delegato, nonché i reclami contro i provvedimenti del Giudice Delegato (art. 23, comma I, l.f.). Inoltre, ai sensi dell’articolo 37 l.f., il Tribunale può in ogni tempo, su proposta del Giudice Delegato o su richiesta del Comitato dei Creditori o d’ufficio, revocare il Curatore.

Per quanto riguarda la forma, è espressamente previsto che i provvedimenti del Tribunale nelle materie previste dall’art. 23 sono pronunciati con decreto, salvo che non sia diversamente disposto (art. 23, comma II, l.f.).

Senza dubbio la riforma del 2006 ha rimodulato le funzioni del Tribunale e nel perseguire la deregiurisdizionalizzazione della procedura fallimentare ne ha circoscritto i poteri, ancorandoli a parametri più fermi, riducendone, di conseguenza, la discrezionalità; basti pensare che il nuovo art. 23 prevede la possibilità di revoca o surroga degli organi della procedura “solo” in presenza di “giustificati motivi”, mentre in precedenza una siffatta scelta rientrava nel libero – e discrezionale – apprezzamento del Tribunale che, nell’esercizio di tale potere non incontrava alcun limite di sorta. Si pensi anche al venir meno dell’iniziativa d’ufficio, profilo, tra l’altro, già esaminato.

La competenza del Tribunale che dichiara il fallimento si estende a tutte le azioni che derivano dal fallimento, qualunque sia il valore (art. 24, comma I, l.f.). Si ricava che devono ritenersi devolute alla competenza assoluta e inderogabile del Tribunale Fallimentare, ai sensi dell’art. 24 l.f., non soltanto le controversie che traggano origine e fondamento dal fallimento ma anche quelle destinate, comunque, a incidere sulla procedura concorsuale e tali, pertanto, da doversi dirimere necessariamente in seno alla procedura stessa, onde assicurarne l’unità e garantire la par condicio creditorum.

Infine, occorre rilevare che il legislatore, con la riforma del 2006, ha ampliato la vis attractiva del Tribunale Fallimentare estendendone la competenza anche in relazione alle azioni reali immobiliari, qualora abbiano origine nel fallimento.

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