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Tutela cautelare: il reclamo

Tutela cautelare: reclamo, competenza, procedimento e richiesta di sospensione

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

L’ultima fase del procedimento cautelare è quella dell’impugnazione.

Infatti, ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c., contro l’ordinanza con la quale è stato concesso o negato il provvedimento cautelare è ammesso reclamo nel termine perentorio di quindici giorni dalla pronuncia in udienza ovvero dalla comunicazione o dalla notificazione se anteriore.

Dal combinato disposto degli artt. 669 terdecies e 669 quaterdecies c.p.c. consegue che il reclamo cautelare è ammesso in relazione “ai provvedimenti previsti nelle sezioni II, III e V di questo capo, nonché, in quanto compatibili, agli altri provvedimenti cautelari previsti dal codice civile e dalle leggi speciali”.

Pertanto, è stato stabilito che sulla base di tale chiaro tenore letterale, il reclamo non risulta proponibile avverso altri provvedimenti previsti dal codice di rito, ove non espressamente stabilito da specifiche disposizioni, come nel caso dell’art. 703, terzo comma, e dell’art. 624, secondo comma, c.p.c.; la circostanza che il legislatore abbia ritenuto di dover espressamente riconoscere la reclamabilità di provvedimenti previsti dal codice di rito diversi da quelli indicati nell’art. 669 quaterdecies c.p.c. conferma l’impossibilità di compiere un’interpretazione estensiva della norma, tale da ricondurre nell’ambito della disciplina dei procedimenti cautelari anche provvedimenti anticipatori e/o sommari disciplinati dal codice di procedura civile (compresi quelli emessi ex art. 649 c.p.c.) (Trib. Arezzo, 15.12.11).

Come già evidenziato nel paragrafo 1.6. relativo alla revoca e modifica del provvedimento cautelare, sono reclamabili anche i provvedimenti di revoca o modifica emessi ex art. 669 decies c.p.c..

Considerato che il legislatore fa espresso riferimento alla “ordinanza”, si evince, a contrariis, che non è reclamabile il decreto motivato emesso inaudita altera parte, ai sensi dell’art. 669 sexies, secondo comma, c.p.c..

Inoltre, in ragione del principio di unicità del procedimento cautelare che esclude una diversità di essenza tra la cognizione propria del momento concessorio e quella propria del momento attuativo, rendendo normale la compenetrazione tra concessione e attuazione, è stato ritenuto, in linea di principio, ammissibile il reclamo avverso provvedimenti emessi in sede di attuazione del procedimento cautelare, salvo che si tratti di provvedimenti di carattere meramente ordinatorio (Trib. Reggio Calabria, 11.4.11, in Giur. merito, 2012, III, 599).

Nessun dubbio sussiste in relazione alla decorrenza del termine perentorio - di quindici giorni – per proporre reclamo; esso, infatti, decorre dalla pronuncia in udienza ovvero dalla comunicazione integrale dell’ordinanza a cura della cancelleria o dalla notificazione se anteriore.

Il procedimento

Sotto il profilo procedurale, il terzo comma dell’art. 669 terdecies c.p.c. prevede che il procedimento è disciplinato dagli artt. 737 e 738 c.p.c..

Come è noto, gli articoli richiamati disciplinano i procedimenti in camera di consiglio.

Dalla lettura dell’art. 737 c.p.c. si ha conferma che il reclamo va proposto con ricorso, cosa che, tra l’altro, è direttamente ricavabile dal quinto comma dell’art. 669 terdecies c.p.c., atteso che è testualmente scritto che il collegio si pronuncia non oltre venti giorni dal deposito del “ricorso”.

Inoltre, dal combinato disposto degli artt. 738 e 669 terdecies, quarto comma, c.p.c. consegue che il Presidente nomina tra i componenti del collegio un relatore, che riferisce in camera di consiglio.

Giova porre in rilievo che nel ricorso il reclamante dovrà aver cura di indicare in maniera espressa e specifica i motivi del reclamo, pena l’inammissibilità dello stesso.

Le circostanze e i motivi sopravvenuti al momento della proposizione del reclamo devono essere proposti nel procedimento stesso, sempre nel rispetto del principio del contraddittorio che, come abbiamo più volte posto in risalto, non viene mai sacrificato nell’ambito della procedura cautelare.

Ovviamente per rendere possibile il contraddittorio, il collegio fisserà con decreto l’udienza di comparizione delle parti assegnando al ricorrente il termine per la notifica del ricorso e del decreto alle controparti.

E’ anche specificato che il collegio può sempre assumere informazioni e acquisire nuovi documenti.

Autorevole dottrina ha osservato che l’espressione “assumere informazioni” evidenzia l’iniziativa d’ufficio del giudice (COMOGLIO), mentre la giurisprudenza ha opportunamente rilevato che organo delegato allo svolgimento degli atti istruttori sia il giudice relatore nominato dal Presidente (Trib. Verona, 8.7.86).

Tra l’altro, in questa fase le parti possono presentare nuove deduzioni, allegazioni e richieste istruttorie senza incontrare alcun tipo di preclusione.

La giurisprudenza pacificamente ammette la possibilità del reclamo incidentale, contenuto, naturalmente, nella comparsa di costituzione e risposta, che può essere depositata sino all’udienza di comparizione delle parti fissata nel decreto.

Il procedimento termina con la pronuncia dell’ordinanza con la quale il collegio conferma, modifica o revoca il provvedimento cautelare impugnato. L’ordinanza non è impugnabile e deve essere emessa non oltre venti giorni (termine ordinatorio) dal deposito del ricorso. In giurisprudenza si ritiene che l’ordinanza emessa in sede di reclamo cautelare, anche se riguardante una misura emessa in corso di causa, possa contenere la statuizione sulle spese atteso che sussistono entrambi i presupposti per l’applicazione dell’art. 91 c.p.c.: sotto il profilo soggettivo, il collegio che provvede sul reclamo è un giudice diverso da quello che ha pronunciato il provvedimento reclamato (quale giudice della causa di merito); sotto il profilo oggettivo, il collegio che decide sul reclamo chiude davanti a sé l’autonomo sub-procedimento del reclamo cautelare.

Infatti, è stato rilevato che la disposizione dell’art. 669 septies c.p.c., nel prevedere la pronuncia sulle spese nel caso di rigetto del ricorso cautelare “ante causam”, in applicazione del principio generale posto dall’art. 91, primo comma, c.p.c., non introduce anche il divieto di provvedere sulle spese del reclamo avverso il provvedimento emesso in corso di causa, con la conseguenza che - in assenza di una specifica disciplina delle spese processuali nel procedimento previsto dall’art. 669 terdecies c.p.c. - si può affermare che dal principio stabilito dall’art. 91 c.p.c. consegue il potere del Tribunale, in sede di reclamo, di provvedere sulle spese della fase del sub-procedimento cautelare che si chiude davanti al collegio, indipendentemente dalla natura (“ante causam” o in corso di causa, di accoglimento o di rigetto) del provvedimento pronunciato (Trib. Belluno, 13.12.10).

Naturalmente anche per l’ordinanza emessa a seguito della proposizione del reclamo valgono in toto le considerazioni già sviluppate nei precedenti paragrafi in ordine all’inammissibilità del ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost..

A conferma, è stato ribadito che come è noto - secondo il consolidato orientamento di questa Corte - l’ordinanza di reiezione dell’istanza di misura cautelare non ne preclude la riproponibilità (art. 669 septies c.p.c.), di modo che spiega effetti meramente interlocutori, senza alcuna definitiva incidenza sui contrapposti interessi dei contendenti. L’ordinanza di accoglimento dell’istanza medesima (art. 669 octies c.p.c.) ha carattere strumentale e provvisorio, è suscettibile di successiva modificazione o revoca (art. 669 decies c.p.c.), anche sulla scorta di un riesame della situazione fattuale, ha efficacia condizionata all’instaurazione del procedimento di merito, ed, inoltre, è destinata ad essere superata od assorbita dalla pronuncia che lo concluda, sicché, presentando connotazioni di precarietà, coinvolge posizioni di diritto soggettivo, ma non statuisce su di esse con la forza dell’atto giurisdizionale idoneo ad assumere autorità vincolante di giudicato. Identica natura deve essere attribuita all’ordinanza, di segno positivo o negativo, emessa dal Tribunale sul reclamo, la quale si sostituisce al provvedimento denunciato, con pari funzione, e non si sottrae alle indicate ulteriori vicende, comportanti provvisorietà ed emendabilità (Cass. civ., 5.2.09, n. 2821).

E più recentemente è stato spiegato che nel caso di specie oggetto di impugnazione è l’ordinanza emessa dal Tribunale in sede di decisione sul reclamo proposto ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c. contro un provvedimento di rigetto del ricorso proposto a norma dell’art. 700 c.p.c. Benché, a seguito della riforma, l’art. 669 octies c.p.c. disponga ora, per ciò che interessa, che ai provvedimenti di urgenza emessi a norma dell’art. 700 c.p.c. non si applicano, tra l’altro, le disposizioni dell’art. 669, primo comma, novies c.p.c. sulla perdita di efficacia del provvedimento cautelare per il mancato inizio tempestivo del procedimento di merito o per l’estinzione di quello eventualmente avviato, la non invocabilità in altro processo dell’autorità del provvedimento cautelare e la sua revocabilità e modificabilità nel corso dell’eventuale giudizio di merito lo privano dei caratteri di definitività e decisorietà, sicché non risultano soddisfatte le condizioni per la sua impugnabilità per cassazione con ricorso straordinario ex art. 111 Cost. (Cass. civ., 8.2.11, n. 3124).

La competenza

Ai sensi del secondo comma dell’art. 669 terdecies c.p.c. il reclamo contro i provvedimenti del giudice singolo del Tribunale si propone al “collegio”, del quale non può far parte il giudice che ha emanato il provvedimento reclamato. Quando il provvedimento cautelare è stato emesso dalla Corte d’appello, il reclamo si propone ad altra sezione della stessa Corte o, in mancanza, alla Corte d’appello più vicina.

A tale proposito una interessante pronuncia della Corte di Cassazione, nell’ipotesi in cui presso la Corte d’appello vi siano più sezioni ma una sola sezione specializzata (nella fattispecie una sola sezione di lavoro), ha concluso che la Corte d’appello di Firenze è divisa in più sezioni sicché manca il presupposto per ritenere competente a decidere il reclamo di cui si tratta la Corte d’appello di Bologna, siccome Corte d’appello più vicina. La suddetta conclusione non è messa in forse dalla circostanza che presso la Corte d’appello di Firenze vi è una sola sezione per le controversie di lavoro, poiché il dettato della legge, di per sé non ambiguo, fa riferimento alla sola presenza di una pluralità di sezioni e non anche di una pluralità di sezioni specializzate. L’opportunità di attribuire il reclamo in materia di controversie di lavoro ad una sezione specializzata, ma appartenente ad altra Corte di appello piuttosto che ad altra sezione della stessa Corte, è valutazione riservata al legislatore, il quale, non introducendo alcuna distinzione nella norma di riferimento, ha mostrato di voler optare per la seconda alternativa. In conclusione, deve essere dichiarata la competenza della Corte d’appello di Firenze, in sezione diversa dall’unica sezione lavoro (Cass. civ., 24.6.09, n. 14819).

La composizione collegiale dell’organo giudiziario in sede di reclamo non subisce alcun tipo di eccezione. Infatti, le sezioni unite della Corte di Cassazione, in materia di procedimento cautelare relativo a controversie di lavoro, hanno puntualizzato che la questione relativa va valutata alla stregua del dettato di cui all’art. 669 terdecies c.p.c. che stabilisce che il reclamo contro i provvedimenti del giudice monocratico del Tribunale si propone al collegio, di cui non può far parte il giudice che ha emesso il provvedimento reclamato; tale previsione, di carattere generale e rispondente ad una logica del sistema intrinseca nella istituzione del giudice monocratico in Tribunale, non può soffrire eccezioni in ragione del fatto che non è espressamente prevista alcuna ipotesi di composizione collegiale del Tribunale per le cause di lavoro, atteso che è la norma generale che attribuisce al Tribunale in composizione collegiale la competenza a decidere sul reclamo in subiecta materia, mentre sarebbe stata necessaria una espressa previsione normativa per derogare alla ricordata regola relativa ai procedimenti cautelari, che costituiscono una procedura che ha caratteristiche proprie, tali da condurre a interpretazioni conseguenti alla natura di speditezza e di urgenza che istituzionalmente li connota, anche se inseriti in un processo come quello di lavoro che ha, per materia, disciplina propria; in considerazione di tanto può essere, nell’interesse della legge, in ragione della particolare importanza della questione ed in applicazione dell’art. 363, terzo comma, c.p.c. affermato il principio di diritto secondo cui nei procedimenti cautelari in materia di lavoro, l’eventuale reclamo deve essere deciso dal Tribunale in composizione collegiale e non dalla Corte di appello (Cass. civ., sez. un., 9.7.09, n. 16091).

La richiesta di sospensione della esecuzione

L’ultimo comma dell’art. 669 terdecies c.p.c. statuisce che il reclamo non sospende l’esecuzione del provvedimento; tuttavia, il Presidente del Tribunale o della Corte investiti del reclamo, quando per motivi sopravvenuti il provvedimento arrechi grave danno, può disporre, con ordinanza non impugnabile, la sospensione dell’esecuzione o subordinarla alla prestazione di congrua cauzione.

Il dato letterale porta a concludere che solo il Presidente può compiere la valutazione in esame, mentre è dubbio se sia possibile una iniziativa d’ufficio o, al contrario, sia necessaria un’istanza di parte.

In ogni caso, la sospensione può essere subordinata alla prestazione di una cauzione, con la conseguenza che fino a che non venga prestata, l’esecuzione non può essere sospesa.

Infine, per motivi sopravvenuti devono intendersi quelli derivanti da fatti o circostanze non esistenti quando è stato emanato il provvedimento cautelare reclamato (PROTO PISANI).

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