Rassegna Sentenze
Massimario Giurisprudenza
Home

Tutela cautelare: revoca e modifica del provvedimento cautelare

Tutela cautelare: revoca e modifica del provvedimento cautelare in corso di causa

Postato da : Redazione | dicembre 26, 2017

Salvo che sia stato proposto il reclamo, disciplinato dall’art. 669 terdecies c.p.c., nel corso dell’istruzione il giudice istruttore della causa di merito può, su istanza di parte, modificare o revocare con ordinanza il provvedimento cautelare, anche se emesso anteriormente alla causa, se si verificano mutamenti nelle circostanze o si allegano fatti anteriori di cui si è acquisita conoscenza successivamente al provvedimento cautelare. In tale caso, l’istante deve fornire la prova del momento in cui ne è venuto a conoscenza (art. 669 decies c.p.c., primo comma).

Il testo originario del primo comma, vigente prima della modifica apportata con il d.l. n. 35 del 14.3.05, era il seguente: “nel corso dell’istruzione il giudice istruttore della causa di merito può, su istanza di parte, modificare o revocare con ordinanza il provvedimento cautelare anche se emesso anteriormente alla causa se si verificano mutamenti nelle circostanze”.

In relazione al testo originario, era stato puntualizzato che tale disposizione recepiva nella sostanza, nell’ambito del procedimento cautelare uniforme, il principio che si era andato progressivamente formando nella giurisprudenza di merito, quantomeno con riferimento ai provvedimenti ex art. 700 c.p.c., infrangendo il preesistente dogma dell’immodificabilità e irrevocabilità da parte del giudice istruttore prima della pronuncia della sentenza di merito dei provvedimenti cautelari concessi ante causam. Il presupposto normativo, indicato con la formula “mutamenti nelle circostanze”, veniva individuato non solo in “fatti nuovi sopravvenuti” rispetto al provvedimento cautelare, ma anche come “sopravvenienze probatorie” rilevanti ai fini delle valutazioni delibative proprie del giudizio cautelare ed, altresì, nella “nuova allegazione di fatti preesistenti” incolpevolmente non rappresentati in giudizio (Trib. Torino, 17.2.11).

Dal confronto delle due disposizioni si ricaverebbe che, a seguito della riforma, il legislatore ha voluto rimarcare la differenza esistente tra l’istituto del reclamo (appositamente disciplinato dall’art. 669 terdecies c.p.c.) e l’istituto della revoca/modifica, considerato che l’istanza di parte per ottenere la revoca o la modifica del provvedimento cautelare può essere formulata solo in presenza di mutamenti nelle circostanze che hanno portato alla concessione dello stesso, mentre con il reclamo si contesta proprio la valutazione compiuta dal giudice nel concedere il provvedimento reclamato.

In realtà, una recente giurisprudenza ha ritenuto che una lettura testuale e restrittiva della nuova formulazione del primo comma dell’art. 669 decies c.p.c. parrebbe escludere l’ammissibilità della revoca e della modifica allorché il provvedimento cautelare sia stato sottoposto alla verifica impugnatoria attraverso il reclamo di cui all’art.669 terdecies c.p.c., giacché condizione negativa per l’emanazione del provvedimento sembra essere la mancata proposizione del reclamo. In questa prospettiva non sarebbe ammissibile la revoca di provvedimenti cautelari sottoposti al “doppio grado di giurisdizione cautelare”, che sarebbero, quindi, più resistenti in quanto convalidati, o addirittura forgiati, dal giudice collegiale. Una interpretazione teleologica e sistematica della disposizione induce, però, a ben diverse conclusioni di quelle suggerite da una prima lettura più superficiale. Il legislatore, infatti, plus dixit quam voluit. Da un lato, una pretesa ratio di superiorità o di diversa natura del provvedimento cautelare collegiale non possiede diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento, dall’altro il principio generale sotteso al potere regolato dall’art. 669 decies c.p.c. va colto nella funzione strumentale e provvisoria della tutela cautelare, che mira ad assicurare o ad anticipare gli effetti della decisione sul merito e che non ha titolo per sopravvivere allorché vi siano ragioni valide per supporre che la decisione nel merito sarà di segno opposto (o anche solo diverso) rispetto a quella pronosticata al momento della confezione della cautela. Lo scopo del richiamo dell’art. 669 terdecies c.p.c. ben si comprende se si considera che il legislatore del 2005 è contestualmente intervenuto, in modo pesante, sull’architettura dell’istituto del reclamo cautelare, con l’introduzione dell’attuale quarto comma, secondo il quale “Le circostanze e i motivi sopravvenuti al momento della proposizione del reclamo debbono essere proposti, nel rispetto del principio del contraddittorio, nel relativo procedimento”. Ed allora par chiaro che la clausola di salvaguardia in esame ha semplicemente inteso imporre alle parti di convogliare nel giudizio di impugnazione del provvedimento cautelare i mutamenti nelle circostanze sopravvenuti sino a quel momento, senza con ciò escludere la possibilità di revoca o modifica sulla base di mutamenti nelle circostanze verificati dopo la decisione cautelare di secondo grado (Trib. Torino, 17.2.11).

Ancora, il legislatore della riforma ha specificato che è possibile presentare l’istanza in esame anche se fondata su fatti anteriori alla sua concessione, purché la conoscenza degli stessi sia stata acquisita successivamente al provvedimento cautelare.

Infatti, la pronuncia in commento continua spiegando che si è detto che la revoca del provvedimento cautelare è consentita solo a fronte di “mutamenti nelle circostanze” ovvero di fatti anteriormente non dedotti, di cui sia stata acquisita conoscenza solo successivamente al giudizio cautelare; la ratio della disposizione mira a preservare la tendenziale stabilità endo-processuale della pronuncia cautelare, disciplinando il conflitto con la contemporanea esigenza di eliminare o modificare i provvedimenti cautelari superati dall’evoluzione del quadro di riferimento, nel rispetto della funzione strumentale della tutela provvisoria dei diritti. Non è difficile leggere nell’espressione “mutamenti nelle circostanze” il riferimento a fatti nuovi sopravvenuti, tali da ribaltare la valutazione delibativa dei presupposti della cautela sommariamente forgiata per assicurare/anticipare provvisoriamente gli effetti della decisione nel merito. Si tratta, quindi, di sopravvenienze di fatto, extra-processuali. In dottrina era stata accolta una interpretazione estensiva ai mutamenti delle circostanze endo-processuali, che autorizzava così la revoca o modifica dei provvedimenti cautelari in relazione alla significativa evoluzione del quadro probatorio. Non vi è ragione di opinare diversamente con riferimento al nuovo testo dell’art. 669 decies c.p.c., che non contiene precisazioni volte a contrastare la citata lettura estensiva, ben nota all’epoca della novella del 2005. L’altro elemento alternativamente considerato, ossia l’allegazione “di fatti anteriori di cui si è acquisita conoscenza solo successivamente al provvedimento cautelare”, evidentemente si riferisce a circostanze di fatto che la parte che intende ribellarsi al “giudicato cautelare” non ha proposto nel procedimento cautelare, benché ciò fosse astrattamente possibile, per averli ignorati. Secondo questo Giudice, requisito implicito e sottinteso, è il carattere incolpevole dell’ignoranza, in conformità ai principi fondamentali dell’ordinamento civile (artt. 1147, 1227, 1375 c.c.) e processuale (cfr. il previgente art. 184 bis, nonché l’art. 153, secondo comma, 294, 327, secondo comma, 650, primo comma, c.p.c.), che, del resto, trovano conferma nel rilievo attribuito dalla norma novellata all’onere probatorio accollato alla parte che adduce quale circostanza legittimante la conoscenza sopravvenuta. Non giova, quindi, lo stato di ignoranza o buona fede, determinato da colpa: vigilantibus iura succurrunt (Trib. Torino, 17.2.11).

Occorre aggiungere che qualora il giudizio di merito non sia iniziato o sia stato dichiarato estinto, la revoca e la modifica dell’ordinanza di accoglimento, esaurita l’eventuale fase del reclamo, possono essere chieste al giudice che ha provveduto sull’istanza cautelare, in presenza dei già menzionati presupposti (art. 669 decies, secondo comma, c.p.c.).

Se, invece, la causa di merito è devoluta alla giurisdizione di un giudice straniero o ad arbitrato, ovvero se l’azione civile è stata esercitata o trasferita nel processo penale, i provvedimenti de quibus devono essere richiesti al giudice che ha emanato il provvedimento cautelare (art. 669 decies, terzo comma, c.p.c.).

Sotto il profilo procedimentale, atteso che nulla in proposito dice la norma, la dottrina prevalente è orientata a ritenere che il procedimento finalizzato alla revoca o alla modifica debba essere caratterizzato dalla massima semplificazione (MERLIN), tenendo presente gli artt. 669 bis e 669 sexies c.p.c..

Ne consegue che l’istanza non prevede una forma particolare e, quindi, oltre che con ricorso può essere presentata anche oralmente in udienza.

Ovviamente, non ci sono dubbi circa la reclamabilità, ex art. 669 terdecies c.p.c., dell’ordinanza che modifica o revoca il provvedimento cautelare.

Non deve essere tralasciato che, ai sensi dell’art. 669 undecies c.p.c., con il provvedimento di accoglimento o di conferma ovvero con il provvedimento di modifica il giudice può imporre all’istante, valutata ogni circostanza, una cauzione per l’eventuale risarcimento dei danni.

Tutela cautelare revoca modifica

Tutela cautelare revoca modifica

Tags

conseguenze notifica oltre il termine di otto giorni

Cerca

Proprietà intellettuale

Ogni diritto sui contenuti (a titolo esemplificativo testi e architettura del sito) è riservato ai sensi della normativa vigente.

I contenuti delle pagine del sito non possono, nè totalmente nè in parte, essere copiati, riprodotti, trasferiti, caricati, pubblicati o distribuiti in qualsiasi modo senza il preventivo consenso scritto della Redazione, fatta salva la possibilità di immagazzinarli nel proprio computer o di stampare estratti delle pagine di questo sito unicamente per utilizzo personale.

Qualsiasi forma di link al presente sito se inserita da soggetti terzi non deve recare danno all'immagine e alle attività della Redazione.

E' vietato il cd. deeplinking ossia l'utilizzo non trasparente, su siti di soggetti terzi, di parti del sito.

L'eventuale inosservanza delle presenti disposizioni, salvo esplicita autorizzazione scritta, sarà perseguita nelle competenti sedi giudiziarie civili e penali.